In vista dell’appuntamento il prossimo 23 ottobre all’Arci Bellezza di Milano con la terza edizione del festival italogaze a supporto della popolazione palestinese, incontriamo le band che saliranno sul palco. Oggi è il turno dei milanesi In Her Eye.
Gli In Her Eye sono Aldo Bernuzzi (batteria), Giuseppe Galotti (basso, voce) e Stefano Schiavella (chitarra). Una formazione, nata nel 2008, che ha all’attivo 1 ep e due dischi, oltre ad aver partecipato a svariate compilation tributo (Ride, Cure, Wire). L’ultimo album in particolare, Change, pubblicato nel 2018, si è fatto notare anche al di fuori dei nostri confini, meritando una menzione tra i migliori dischi shoegaze e dream pop dell’anno secondo PopMatters.
Il bello è che gli In Her Eye fanno uno shoegaze molto poco “allineato”, e questo da molto prima che l’ibridazione diventasse una regola aurea del genere – almeno per come viene reinterpretato dalla scena contemporanea. Non a caso, Change era un tripudio di chorus che rimandavano direttamente al post-punk e alla new wave anni ’80, in bilico tra The Cure e Swervedriver. Un lavoro sospeso nel tempo, capace di stratificare psichdelia, rumorismi e melodie dreamy.
Nell’attesa di ascoltare il loro prossimo lavoro, Death in a Morning Show, anticipato dal singolo Something Wrong, li abbiamo intervistati per farci raccontare il loro percorso e il legame con la scena shoegaze, oltre all’importanza di suonare in un festival come SHOEGAZA, che è un gesto di solidarietà, ma anche un atto di protesta contro il genocidio.
Lo shoegaze contemporaneo sembra aver superato l’idea di canone, aprendosi a contaminazioni e influenze sempre più ampie. Che cosa significa oggi appartenere a una scena senza necessariamente riconoscersi in un’etichetta o categoria?
È un argomento che sentiamo particolarmente vicino, perchè la nostra musica ha sempre attinto da molte influenze diverse. Per noi lo shoegaze è sempre stato più una sensibilità che un insieme di regole: un certo modo di lavorare con i suoni, con le atmosfere, con le melodie e con le emozioni. Un certo modo di “sentire” la musica. Basta paragonare tra di loro i “big three”: quanto suonano simili My Bloody Valentine, Ride e Slowdive? Non abbiamo mai sentito la necessità di rispettare un canone, né oggi ci interessa più di tanto dimostrare di appartenere a una categoria. Allo stesso tempo, non rinneghiamo quella definizione. Se qualcuno ci riconosce nello shoegaze, siamo contenti. Semplicemente, ci piace pensare che la musica possa essere più ampia delle parole che usiamo per descriverla.
Quando avete cominciato con gli In Her Eye, la scena musicale indipendente italiana era molto diversa da quella attuale. Qual è la differenza che avvertite maggiormente guardandola oggi?
Non diremmo “molto diversa”: era proprio un altro mondo. Noi siamo passati attraverso almeno tre epoche differenti. Abbiamo iniziato a suonare a metà degli anni 90: esistevano i dischi comprati nei negozi, i concerti, il tape trading con le liste di dischi scritte a mano e le fanzine stampate dal tipografo di quartiere. Erano questi i modi con cui potevi venire in contatto con una scena. Quando sono nati ufficialmente gli In Her Eye, invece, era l’epoca di Myspace e della condivisione peer-to-peer. Oggi puoi pubblicare un disco e renderlo disponibile ovunque, ma questo non significa necessariamente che qualcuno lo ascolterà davvero. Siamo circondati da musica, informazioni e occasioni di visibilità, e conquistare l’attenzione è diventato molto complicato. Non pensiamo che prima fosse tutto meglio. Ogni epoca ha le sue opportunità e i suoi limiti. Ci sembra soltanto che oggi sia più facile essere presenti e, allo stesso tempo, più difficile lasciare una traccia vera.
Nel vostro percorso avete costruito relazioni con artisti, band e realtà diverse. Quanto conta ancora, oggi, l’idea di una “scena”, di una comunità musicale? E quanto è difficile portarla avanti, mentre tutto si frammenta sempre di più?
È fondamentale. Tutti i grandi movimenti musicali sono nati perché c’era una scena dietro. Quando è nato il circuito di In a State of Flux Festival e del cosiddetto “italogaze”, siamo stati molto felici. Per noi una scena esiste soprattutto quando le persone si riconoscono, si ascoltano e si sostengono reciprocamente. Non è necessariamente una questione di genere musicale, né di appartenenza a un gruppo definito. È fatta di relazioni, di concerti condivisi, di amicizie e di persone che continuano a fare cose anche quando non è particolarmente conveniente farle. Dopo tanti anni, quello che ci interessa è proprio questo: continuare a sentirci parte di qualcosa che va oltre la nostra band. Non è necessario conoscersi tutti o avere gli stessi riferimenti. A volte basta riconoscere nell’altra musica la stessa urgenza di esprimersi. La frammentazione rende più difficile riconoscere una comunità, ma non crediamo che l’abbia cancellata. Anzi, probabilmente esistono tante piccole scene che si incontrano meno di quanto potrebbero. Anche perché purtroppo sono sempre meno i locali medio/piccoli che permettono alle band emergenti di suonare.
Con Change, il vostro disco del 2018, avete ricevuto attenzione anche al di fuori dell’Italia, fino all’inserimento tra i migliori album dell’anno secondo PopMatters. Che cosa ha significato per voi uscire dai confini nazionali, e come ha influito sul vostro percorso?
È stato importante, naturalmente. Sapere che un disco realizzato in Italia, in modalità totalmente DIY, da una band indipendente come la nostra, potesse arrivare a persone lontane e ricevere attenzione da una testata come PopMatters ci ha fatto molto piacere. È una forma di riconoscimento che non diamo per scontata. Allo stesso tempo, non ha trasformato radicalmente il nostro percorso: la nostra vita è rimasta quella di persone che hanno anche un lavoro, una famiglia e tante altre responsabilità. Forse la cosa più significativa è stata capire che la musica può arrivare molto più lontano di quanto immaginiamo. Ci ha dato la conferma che valeva la pena continuare, senza necessariamente cambiare il modo in cui siamo.
Con Death in a Morning Show tornate dopo una lunga pausa. Che cosa avete scoperto degli In Her Eye durante quel periodo di sospensione?
Abbiamo scoperto che era difficile farne a meno. Abbiamo scoperto che il tempo può cambiare molte cose, ma non necessariamente il motivo per cui hai cominciato. Nel frattempo siamo cresciuti, abbiamo costruito le nostre vite, abbiamo assunto responsabilità diverse. Quando abbiamo ricominciato a suonare insieme, ci siamo resi conto che l’emozione che proviamo quando nasce un nuovo pezzo era ancora lì. Ed è probabilmente la cosa più importante che abbiamo ritrovato. Death in a Morning Show non è un tentativo di tornare a un momento passato, né un modo per dimostrare che esistiamo ancora. È un disco che sentivamo il bisogno di fare. Un discorso che sentivamo di dover chiudere. Non sappiamo se sia il nostro album migliore, ma sappiamo che è quello che avevamo bisogno di realizzare in questo momento della nostra vita.
Il titolo del disco Death in a Morning Show e il primo singolo Something Wrong sembrano suggerire un’inquietudine diffusa. Da dove nasce oggi questa sensazione di “qualcosa che non va”?
Crediamo che ci sia qualcosa di profondamente straniante nel modo in cui viviamo oggi. Siamo continuamente esposti a immagini, notizie e informazioni, e allo stesso tempo rischiamo di perdere la capacità di soffermarci davvero sulle cose. Ci abituiamo anche a ciò che dovrebbe sorprenderci, preoccuparci o farci arrabbiare. Il titolo Death in a Morning Show contiene proprio questa contraddizione: qualcosa di enorme e definitivo che irrompe in un contesto quotidiano, quasi rassicurante, e diventa parte dello spettacolo. È un’immagine che ci sembra raccontare qualcosa del nostro tempo. Ma allo stesso tempo per noi la sensazione di inquietudine non significa necessariamente una risoluzione totalmente negativa e pessimista della realtà. Anzi. Something Wrong nasce da una sensazione più intima, ma che probabilmente non è soltanto nostra: quella di percepire una distanza tra ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e il mondo in cui ci troviamo. Non abbiamo una risposta, e non crediamo che un disco debba necessariamente averne una. A volte la musica serve proprio a dare una forma a un’inquietudine che non riusciamo a risolvere.
Avete scelto di partecipare a SHOEGAZA, che mette in relazione la musica con un progetto concreto di sostegno alla popolazione palestinese. Che cosa significa per voi, oggi, utilizzare la musica anche come spazio di solidarietà e presa di posizione?
La musica, così come le altre forme d’arte, è SEMPRE una presa di posizione, anche quando non ti rendi conto che lo sia: non esiste in uno spazio completamente separato dal mondo. Fare musica è una cosa che amiamo profondamente, ma non vogliamo che questo ci impedisca di guardare a ciò che accade intorno a noi. Decidere di partecipare a SHOEGAZA è stato un modo concreto per contribuire, attraverso quello che sappiamo fare, a un’iniziativa di solidarietà. Non pensiamo che un concerto possa risolvere una situazione così complessa, ma crediamo che le persone possano scegliere di non restare indifferenti. In fondo, anche una scena musicale dovrebbe essere questo: non soltanto un insieme di band che condividono suoni e riferimenti, ma una comunità capace di riconoscere ciò che accade fuori dai propri confini e di attivarsi, quando può e come può, per dare una mano.
SHOEGAZA VOL. 3 vi aspetta all’Arci Bellezza di Milano venerdì 23 ottobre 2026 alle 20:30. Il ricavato della serata, al netto delle spese vive, sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, l’organizzazione internazionale che continua a garantire assistenza sanitaria alla popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania, nonostante le gravissime restrizioni imposte agli operatori umanitari.
Prenotazioni consigliate su DICE.
Ingresso riservato ai soci Arci