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Biennale Musica 2026 - “A Child of Sound”
Biennale Musica 2026 - “A Child of Sound”

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Biennale Musica 2026 – “A Child of Sound”

A Venezia un programma che unisce avanguardia, rito e nuove geografie del suono

Presentato pubblicamente il 23 marzo 2026 nell’ambito della presentazione dei programmi di Teatro, Danza e Musica della Biennale di Venezia, il 70. Festival Internazionale di Musica Contemporanea, diretto da Caterina Barbieri, si svolgerà a Venezia dal 10 al 24 ottobre. Il titolo scelto per questa edizione, A Child of Sound, introduce un cartellone ampio e ambizioso: 130 artisti, oltre 40 appuntamenti, 23 novità e 18 prime assolute, in un progetto che attraversa epoche, linguaggi e provenienze geografiche diverse.

Biennale Musica 2026 - “A Child of Sound”
Caterina Barbieri

Il cuore della proposta sta nell’idea di un ascolto “originario”, libero da abitudini e categorie rigide. Nel testo curatoriale diffuso dalla Biennale, Barbieri immagina la musica come una forza di catarsi collettiva, capace di rimettere al centro l’ascolto, il silenzio e una relazione più viva con il presente. Da qui nasce un programma che non separa in modo netto colto e sperimentale, tradizione e contemporaneo, ma li mette in dialogo dentro una stessa visione poetica e civile del suono.

Fra i nomi più emblematici spicca Keiji Haino, al quale andrà il Leone d’Oro alla carriera. Figura di culto della sperimentazione giapponese, Haino è riconosciuto come uno dei grandi pionieri dell’improvvisazione radicale, del noise e della performance sonora come esperienza fisica, estrema, irripetibile. Accanto a lui compare Laraaji, maestro statunitense della meditazione sonora e della musica ambient, artista che ha trasformato cetra elettrica, zither e pratiche performative in uno spazio musicale sospeso, contemplativo, aperto anche alla dimensione partecipativa del workshop. La loro presenza dice molto della linea del festival: da un lato il suono come rivelazione e rischio, dall’altro il suono come espansione interiore e cura.

L’apertura del festival insiste invece sulla centralità della chitarra, affidando nuove commissioni a ML Buch e Gigi Masin. La compositrice e producer danese, tra le voci emergenti più interessanti della scena internazionale, lavora su una scrittura che fonde chitarre elettriche, sintetizzatori ed elettronica. Masin, veneziano, è invece una figura appartata ma fondamentale dell’ambient italiana: il suo storico album Wind, uscito originariamente nel 1986, torna in una nuova esecuzione proprio nell’anno del quarantennale, confermando la sua statura di autore di culto e di precursore di una sensibilità elettronica lirica e minimale.

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Gigi Masin

Sul versante della composizione contemporanea, la Biennale mette in primo piano Kara-Lis Coverdale e Sarah Davachi. Coverdale, pianista, organista, compositrice e musicologa canadese di origine estone, porterà in prima assoluta Changes in Air e una nuova commissione che intreccia sensibilità contemporanea e memoria della tradizione corale baltica. Davachi, Leone d’Argento 2026, è una delle autrici più autorevoli nella ricerca sul rapporto fra strumenti acustici, elettronica, durata e risonanza: oltre al recital per organo da camera, presenterà una nuova commissione per il Parco della Musica Contemporanea Ensemble e coro. In questo stesso asse si colloca anche il dialogo tra repertori e tempi storici differenti: l’inedito postumo di Ennio Morricone, Musica per una fine, scritto su un testo di Pier Paolo Pasolini, sarà accostato a Johann Sebastian Bach, Anton Webern e alla stessa Davachi.

Una delle sezioni più affascinanti del programma è quella dedicata alla voce, al sacro e alle pratiche rituali. I Tallis Scholars, riferimento internazionale del repertorio vocale rinascimentale e barocco, attraverseranno un itinerario che va da Hildegard von Bingen a Gregorio Allegri, fino ad Arvo Pärt e a una nuova commissione di Coverdale. Sul piano transculturale, la Biennale presenta poi la prima mondiale della collaborazione tra Lyra Pramuk, artista americana nota per un uso futuribile e stratificato della voce, e il percussionista iraniano Mohammad Reza Mortazavi, tra i massimi interpreti delle percussioni persiane. A loro si affianca il Mazaher Ensemble, custode in Egitto della tradizione dello zār, rituale comunitario di guarigione legato a canto, trance e poliritmia. È un segmento del programma in cui la musica non viene trattata come puro repertorio, ma come pratica viva, comunitaria, spirituale.

In questa stessa prospettiva si inserisce il lavoro del chitarrista italiano Walter Zanetti, che con Cantos Yoruba de Cuba traduce nella dimensione intima della chitarra classica i ritmi e le strutture rituali dei tamburi batá della tradizione afro-cubana della Santería. La sua presenza amplia ulteriormente il raggio del festival, che guarda alle musiche di tradizione non come materiali folklorici da esibire, ma come archivi viventi da ascoltare con rigore e sensibilità contemporanea.

Molto forte è anche la sezione dedicata al minimalismo elettronico italiano e alle sue diramazioni più recenti. Oltre a Masin, il programma recupera Francesco Messina, che rilegge il seminale Prati Bagnati del Monte Analogo e presenta nuovi brani in prima assoluta. Accanto a queste figure storiche si collocano Marta De Pascalis, autrice di paesaggi sonori costruiti su stratificazioni ipnotiche di sintetizzatori e nastri, e Grand River (Aimée Portioli), il cui lavoro unisce minimalismo, ambient, suoni acustici e registrazioni ambientali. È una linea curatoriale precisa: far dialogare maestri, riscoperte e nuove autrici dentro una genealogia italiana dell’elettronica che oggi appare più viva che mai.

Sul fronte della cosidetta ‘club culture’, la Biennale convoca artisti molto diversi ma coerenti con il tema dell’ascolto radicale. Il keniota KMRU presenterà As Nature, performance multisensoriale costruita su paesaggi di rumore, frequenze elettromagnetiche e percezioni sottili. Dalla scena giapponese arrivano Phew e DJ Nobu: la prima come figura pionieristica dell’avanguardia elettronica, il secondo come protagonista di un extended set dedicato alla techno sperimentale. Completano questo versante Carrier, Loidis e Livwutang, mentre le traiettorie globali della dance contemporanea emergono nello showcase dell’etichetta lisboeta Príncipe con Nídia, DJ Firmeza e Helviofox, e nella presenza della scena Singeli di Dar es Salaam con DJ Travella, Pili Pili e Jay Mitta. Qui il festival mostra con chiarezza una delle sue idee più forti: anche il club, quando è pensato come spazio di ricerca e di comunità, può diventare forma di ritualità contemporanea.

La chiusura del festival sarà affidata a ONCEIM, l’orchestra francese dedicata alla nuova musica sperimentale, che porterà a Venezia due lavori al confine fra scrittura, improvvisazione ed espansione elettroacustica: una creazione di Ellen Arkbro e Non puoi contare l’infinito di Caterina Barbieri. A seguire arriverà la prima italiana di Clarissa Connelly, compositrice e polistrumentista scozzese capace di fondere canto nordico, memoria medievale e suoni digitali. È un finale coerente con l’intero progetto: una Biennale che non si limita a presentare concerti, ma costruisce un paesaggio sonoro complesso, in cui la musica torna a essere esperienza condivisa, spazio di trasformazione e dispositivo di ascolto del presente.

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