Yard Act – Magazzini Generali, Milano, 17 ottobre 2026 di Francesco Amoroso
A circa due anni dall’ultima apparizione italiana, al Locomotiv Club di Bologna, gli Yard Act arrivano ai Magazzini Generali di Milano con You’re Gonna Need A Little Music, terzo album pubblicato a luglio per Island e realizzato con la collaborazione di Justin Meldal-Johnsen, già al lavoro con i Nine Inch Nails. Sulla scia del precedente Where’s My Utopia?, il disco prosegue il percorso di allontanamento dalle radici post-punk dell’esordio The Overload, aprendosi a sonorità più eterogenee. Una tendenza che dal vivo trova una sua naturale espressione, ma che convive con un suono compatto, nervoso, a tratti volutamente caotico e sempre attraversato da una tensione ritmica che riavvicina Smith e compagni proprio a quelle radici (post-)punk dalle quali sembrano voler affrancarsi in studio.
Poco dopo le nove, si dà inizio alle danze (non solo in senso metaforico) sulle note del recente singolo New Beginnings, la cui resa dal vivo è ancora più tirata e adrenalinica rispetto alla versione in studio: l’organo spinge verso territori limitrofi alla dance, la melodia emerge lentamente ma prepotentemente e il ritmo invita a muoversi fin dalle prime battute. È un inizio che definisce subito le coordinate della serata, tra urgenza post-punk, immediatezza pop e una voglia di divertimento che non compromette la tensione della performance.
Dopo una tiratissima Cherophobe Rock (dall’ultimo album), arriva l’ormai quasi classica We Make Hits, da Where’s My Utopia?, che suona ancora più sarcastica nella sua travolgente versione live, con Smith che alterna la declamazione quasi rap a un sarcasmo teatrale, mentre la band costruisce trame strumentali affilatissime, a sostegno di ritornelli esplosivi. Thrill Of The Chase e When the Laughter Stops sono una scarica di energia post-punk dalla ritmica instancabile, mentre Redeemer, arricchita dalle incursioni del sassofono, è aggressiva, cupa ed efficacissima.
Dark Days, brano dell’omonimo EP d’esordio che ha contribuito a far conoscere la band, viene accolto con entusiasmo e coinvolgimento da un’audience che dimostra di conoscere bene la discografia del quartetto di Leeds, oggi quintetto. È qui che emerge con particolare evidenza la capacità degli Yard Act di coniugare ritmiche serrate e melodie accessibili senza smussare gli angoli del proprio sound: Ryan Needham al basso e Jay Russell alla batteria formano una sezione ritmica implacabile, un motore che non concede quasi tregua; la chitarra di Sam Shipstone alterna fendenti post-punk a improvvise aperture più rock, mentre Christopher Duffin, tra organo e sassofono, amplia la tavolozza sonora della band e introduce sfumature che impediscono alla formula di diventare prevedibile.
Al centro di tutto c’è però James Smith, che catalizza l’attenzione del pubblico: autentico animale da palcoscenico, governa la scena con gestualità, ironia e una presenza costantemente sopra le righe. Il suo modo di interpretare i testi, tra narrazione, invettiva e sprechgesang, resta uno degli elementi distintivi della band. Peccato che, soprattutto nelle ultime file, la voce risulti talvolta impastata e quasi sommersa dagli strumenti, penalizzando proprio quella scrittura sarcastica e meticolosa che costituisce una parte essenziale dell’identità del gruppo.

Così come per Dark Days, sono la title track di The Overload e la travolgente The Trench Coat Museum a trasformare i Magazzini Generali in una celebrazione di massa, mentre, ancora pescata nel repertorio più risalente della band, 100% Endurance introduce una parentesi più distesa e cadenzata, offrendo un breve e necessario attimo di respiro in una performance che fino a quel momento non ha conosciuto pause. Ma non dura molto: You’re Gonna Need A Little Music, il brano più immediato del nuovo album e quello certamente più vicino a sonorità pop e dichiaratamente danzerecce, riporta immediatamente il concerto sui binari di una contagiosa irrequietezza, prima che, un altro ripescaggio dall’album d’esordio, The Trapper’s Pelts chiuda il set principale dopo circa settanta minuti di musica.
Con Witness (Can I Get A?), brano incisivo ma forse non scontato per il bis, arriva il congedo definitivo, a suggellare una serata in cui gli Yard Act confermano di saper tradurre la propria scrittura obliqua in un’esperienza fisica e coinvolgente. Il loro suono dal vivo è ancora profondamente post-punk, ma non si limita a sferzare: fa ballare, trascina e diverte, tenendo insieme sarcasmo e immediatezza, spigolosità e melodia. E se qualche problema di resa vocale impedisce di cogliere ogni sfumatura dei testi, resta la sensazione che la band di Leeds abbia trovato sul palco la propria dimensione ideale: uno spazio in cui abbandonarsi alla propria irriverente e vitale scompostezza -senza perdere la precisione di una macchina ritmica perfettamente oliata- e alla propria voglia di divertirsi e divertire.
(Foto: Loris Brunello – 2022)
Tracklist:
- New Beginnings
- Cherophobe Rock
- We Make Hits
- Thrill of the Chase
- When the Laughter Stops
- Empty Pledges
- Redeemer
- Pour Another
- Tall Tales
- Dark Days
- Dead Horse
- The Overload
- The Trench Coat Museum
- 100% Endurance
- You’re Gonna Need A Little Music
- The Trapper’s Pelts
- Witness (Can I Get A?)