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THE JESUS & MARY CHAIN

Ferrara, Piazza Castello | 19 luglio

L’occasione era davvero propizia, e, forse, irripetibile. Rivedere dal vivo i due fratelli scozzesi di East Kilbride, in occasione del trentennale del debut-album Psychocandy, riproporre per intero il disco che li fece conoscere, a tutti, nel 1985. Disco unanimemente giudicato come uno dei migliori album rock di tutti i tempi, spesso considerato alla pari dell’eponimo primo dei Velvet Underground, ammaliante per la bellezza insuperata delle quattordici canzoni, e cruciale per la formula adottata, ovvero quella miscela “rumore & melodia” già adottata nel 1967 da Lou Reed e John Cale a New York. Appena giunti nella splendida Piazza Castello, si viene accolti dalla suggestiva cornice estense, e da un caldo afoso assolutamente insopportabile, erogato dal famigerato Caronte con i suoi 37°. L’opening act viene affidato a Sleeping Tree, chitarrista pordenonese che non conoscevo, e che, immagino, sia stato scelto tramite un criterio di giustapposizione a JAMC, come a significare un concetto di calma prima della tempesta. Si presenta con la sua acustica a modellare delle soavi canzoni a mezza via tra folk e indie pop, attraversate dal suo falsetto gentile. Mi ricorda i momenti più introspettivi di Arthur Russell e le recenti produzioni di Kaki King, e, nonostante il disinteresse manifesto di buona parte del pubblico, cattura l’attenzione e il plauso delle prime file, che applaudono calorosamente. Il cambio palco alza i livelli di ansia tra gli astanti, la crew accorda a più riprese chitarre e basso, e, poco dopo le 21.45, i Jesus si presentano sul palco. La formazione è pentagonale, con Jim Reid alla voce, il fratello William alla chitarra solista, Mark Crozer alla ritmica, Phil King (ex Lush) al basso e Brian Young (ex Fountains of Wayne) alla batteria. Attaccano con April Skies in modo abbastanza incerto, palesando una velocità d’esecuzione inferiore rispetto al brano registrato su Darklands, ma è solo questione di un veloce rodaggio, perché Head On alza i ritmi con il suo rockabilly indiavolato. Ci si accorge subito che i volumi del palco sono bassi, anche per rispetto dei monumenti della piazza, ma ciò non inficia assolutamente la performance degli scozzesi, che risulta assolutamente efficace. Jim Reid, glaciale anche nel portare una camicia a maniche lunghe a dispetto dell’afa, non è più l’animale da palcoscenico di una volta, mentre William, in t-shirt, inanella i suoi riff defilato sulla destra del palco, non distogliendo mai gli occhi dalla sua sei corde. Precursorsi dello shoegaze, certo, ma anche tra i maggiori protagonisti della seconda ondata post punk – dark punk di metà Anni ’80. Questo sono i JAMC. Il resto lo conosciamo già: la loro tecnica basilare ed essenziale, i pochi riff ripetuti all’infinito, e, a livello di performance, sbagliano almeno tre attacchi, con un Brian Young in palese difficoltà a sincronizzarsi con William Reid. Ma anche questo è punk. Blues From A Gun è hard rock che torna alle origini filtrato attraverso la new wave degli ’80, Some Candy Talking alza i livello con i suoi spasmodici cambi di tempo, mentre il momento introspettivo viene regalato dal trittico rappresentato da Psychocandy (stupenda oggi come trent’anni fa), Up Too High (contenuta nei demo del 1983) e Nine Million Rainy Days, un affresco di psichedelia nera come la pece. Lo scontro, l’anarchia, il caos tornano prepotenti con Reverence, unico brano degli Anni ’90 selezionato, col suo ritmo baggy mutuato dai ragazzi di Madchester, e, soprattutto, Upside Down, l’apocalittico singolo di debutto uscito nel 1984 per la Creation, quintessenza della nevrosi noise. Il pubblico delle prime file poga e parte un bicchiere verso il palco, ma è di plastica e non di vetro, e non siamo alla North London Polytecnic. Breve pausa di qualche minuto, e, al ritorno, è il momento di Psychocandy. Tutto il disco edito da Blanco Y Negro nella sua originaria sequenza, quattordici “psico-caramelle”, già scartate, gettate su di un pubblico adorante. I lenti emozionano anche se vengono presentati con qualche sbavatura: in Just Like Honey la voce della corista non si sente, Sowing Seeds ha poco mordente anche se quasi strappa le lacrime, mentre è Cut Dead a insinuarsi alla perfezione. Il meglio è espresso nei brani suonati a rotta di collo, dotati di vortici di feedback, propulsi da velocità post punk: The Living End, Never Understand, My Little Underground, tutti dotati di una immensa vena melodica e di quella inquietante irrealtà di cui spesso hanno parlato molti critici. E poi la tossicità di Taste The Floor, la paranoia di In A Hole, le melodie quasi solari di Taste Of Cindy e You Trip Me Up, col pubblico a cantare a squarciagola. La musica rock non è solo tecnica. I JAMC sono passati alla storia perché, pur non avendo una tecnica da virtuosi, hanno dimostrato di possedere un talento immenso, unico, totale. Chiude It’s So Hard ma non c’è nessun bis, Jim si gira un paio di volte verso il pubblico per salutare, William invece tira dritto senza voltarsi. Peccato solo per la mancanza di Bobby Gillespie e Douglas Hart, ma non si può avere tutto dalla vita.

Immensi Jesus And Mary Chain.

Emanuele Salvini  

Jamc-rockerilla

 

 

 

 

 

 

 

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