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STEFANO BOLLANI

Sheik Yer Zappa | Decca

stefano-bollaniEra difficile prevedere a cosa avrebbe portato la collisione tra i mondi musicali di Frank Zappa e Stefano Bollani, personaggi così diversi nella progettazione delle loro opere pur se accomunati da un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di canoni e regole. Il pianista milanese ha affrontato la pericolosa sfida senza forzature, reclutando una formazione di stelle di prima grandezza del jazz moderno, con una front-line trombone/vibrafono (Josh Roseman e Jason Adasiewicz) dalle caratteristiche timbriche non desuete nell’universo zappiano, abbinata a una sezione ritmica – completata dal contrabbasso di Larry Grenadier e dalla batteria di Jim Black – che invece se ne discosta in misura significativa. Del tour che ha percorso la penisola durante la scorsa primavera arriva oggi una testimonianza discografica preziosa, ancorché parziale: un’ora di concerto con due tranche di temi del Maestro, intervallate da due composizioni originali, con un buon equilibrio tra immaginazione estemporanea e rispetto dei materiali di partenza (forse più spostato verso il secondo). La prima parte del programma opta per un approccio morbido, riscoprendo due capisaldi dalla produzione  “pop” – in senso lato – dell’opus zappiano: introdotta da una diafana e assorta improvvisazione di Bollani in solitario, Cosmik Debris si spoglia però dello humour acre e sardonico della versione di Apostrophe (‘), sviluppandosi da un fraseggio jazz funambolico quanto teso e concentrato, prima di dissolversi in un rarefatto pulviscolo microsonoro dal quale riemerge con una sovrapposizione di allusivi ritmi etnici. Un lavoro di rielaborazione radicale che non fa certo presagire l’esito della successiva Bobby Brown, unico episodio cantato in scaletta, reso sbrigativamente e senza troppi orpelli con scelte strumentali quasi da toy music. Il quadro muta ancora con la seguente Blessed Relief, che sboccia nel suo sfolgorante nitore da un elaborato assolo di Grenadier spostando definitivamente il discorso sul versante del Frank Zappa orchestrale, più esplicitamente vicino all’idioma jazz: un guizzante arabesco per piano e vibrafono (Male male) e un acrostico allegramente complesso, in linea con i dettami del Grand Wazoo (Bene bene) fanno da raccordo a una trascinante Eat That Question, che Jim Black decora con sfuriate pirotecniche. Peaches en Regalia è un pretesto con cui Bollani in solitudine gioca a immedesimarsi in un novello Art Tatum, prima che il finalone di Uncle Meat metta tutti d’accordo fra trovate audaci e sontuosi arrangiamenti. Il giro di giostra pare scorrer via in un istante e la curiosità iniziale resta in parte inappagata per tutto ciò che non ha superato la selezione dei discografici – l’inclusione di Lumpy Gravy, per dire, ce la saremmo aspettata. Rimane tuttavia la sensazione che l’inopinato allineamento di due astri dall’orbita eccentrica abbia prodotto un fenomeno dall’effetto duraturo. 

Enrico Ramunni

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