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SPECIALE SHOEGAZA #3: KLIMT 1918
SPECIALE SHOEGAZA #3: KLIMT 1918

Musica

SPECIALE SHOEGAZA #3: KLIMT 1918

In vista dell’appuntamento il prossimo 23 ottobre all’Arci Bellezza di Milano con la terza edizione del festival italogaze a supporto della popolazione palestinese, incontriamo le band che saliranno sul palco. L’ultimo appuntamento è dedicato ai Klimt 1918.

Nati a Roma nel 1999 per iniziativa dei fratelli Marco e Paolo Soellner, i Klimt 1918 si muovono in territori sonori volutamente inclassificabili, in bilico tra new wave e sensibilità post-punk, in cui si incontrano suggestioni dark, dilatazioni atmosferiche, tensioni emotive fortissime. Tra i riferimenti si riconoscono le eredità di The Cure, Joy Division e Bauhaus, filtrate attraverso una visione personale che nel tempo ha assunto contorni sempre più sfaccettati, fino a sconfinare in linguaggi affini allo shoegaze. Una band che ha fatto dell’attitudine contemplativa, delle attese e dei silenzi necessari una specie di lignaggio, un portato estetico ma soprattutto valoriale. In un’epoca in cui la musica è sempre più subordinata alle logiche dello streaming, alla visibilità algoritmica e alla necessità di alimentare un flusso incessante di contenuti, i Klimt 1918 rivendicano il diritto alla distanza. Una posizione controcorrente, maturata anche attraverso una lunga lontananza dalle scene, che si traduce in una concezione della musica estranea alle logiche della performance permanente. Se il concetto di realismo capitalista elaborato da Mark Fisher offre una chiave di lettura particolarmente efficace per interpretare il sistema musicale contemporaneo, la riflessione dei Klimt 1918 si inserisce proprio in questa frattura: la distanza dalle scene, la rarefazione delle uscite discografiche e il rifiuto di inseguire le metriche delle piattaforme diventano una forma di resistenza a un modello che sembra non ammettere alternative. Fino a rivendicare, in controtendenza rispetto all’accelerazione digitale, il diritto alla sottrazione e al silenzio. E poi l’impegno politico: il legame dei Klimt 1918 con la Palestina precede di molti anni il 7 ottobre 2023. Ad esempio, il brano Rachel, pubblicato nell’album Dopoguerra, è dedicato a Rachel Corrie, l’attivista statunitense uccisa nel 2003 nella Striscia di Gaza mentre cercava di impedire la demolizione di abitazioni palestinesi. O Gaza Youth (Exist/Resist), tratta da Sentimentale Jugend. Questo ed altro ci ha raccontato Marco, nell’intervista che segue.

Comincio con il chiedervi un dettaglio che mi ha molto incuriosito della vostra storia. I Klimt 1918 nascono alla fine degli anni ‘90 da una scelta di discontinuità: abbandonare una formazione metal per cercare un linguaggio diverso. Quanto è ancora presente, oggi, quella tensione verso la trasformazione che ha dato origine alla band?

Considero i Klimt 1918 come una band “transgender”, nata in un corpo inadeguato e per questo spinta dalla necessità di dimostrare a sé stessa e al mondo di poter diventare qualcos’altro. Quella che definisci “scelta di discontinuità” per noi è stata una necessità identitaria e un processo complesso di non accettazione. Un’irrequietezza perturbante che ci ha spinti lontano da quella che consideravamo la nostra “zona di conforto” e ci ha reso per sempre “in between”, sospesi tra il mondo a cui appartenevamo, che ora accoglie con disappunto la nostra maturazione, e uno nuovo, che ci tratta come un oggetto inconsueto ma con cui è possibile relazionarsi.

Nel vostro percorso avete attraversato generi, atmosfere e stagioni musicali molto diverse, mantenendo però una riconoscibilità precisa. Che cosa deve necessariamente cambiare, secondo voi, perché un’identità artistica possa continuare a evolversi senza “tradirsi”?

È necessario smettere di appartenere o di identificarsi con qualcosa in particolare. In fondo, l’appartenenza è quasi una religione, una rivendicazione identitaria e, allo stesso tempo, una volontà di sottomissione. Appartenere a una determinata scena è uno stigma che è in grado di condizionare e deviare la carriera di un musicista per sempre. Smettendo di “appartenere” ci siamo concentrati sulla suggestione che volevamo esprimere, senza porci dei limiti. I veri fil rouge della nostra esperienza sono stati e continuano ad essere l’introspezione, la malinconia e la nostalgia, non le scelte stilistiche usate per descriverle.

Tra un disco e l’altro dei Klimt 1918 sono spesso trascorsi molti anni. Che rapporto avete con il tempo e soprattutto con la necessità – o la possibilità – di non produrre musica secondo ritmi prestabiliti?

Non ci siamo mai curati troppo del tempo che passa. Forse perché, negli ultimi anni, abbiamo maturato la convinzione che un album abbia bisogno di buona musica e soprattutto di storie che valga veramente la pena di raccontare. La maturità ci ha reso selettivi, maggiormente consapevoli dei nostri limiti e delle nostre possibilità. E per quanto la vita, con le sue incombenze, ci allontani dalla musica, quest’ultima rimane nelle nostre esistenze come un fantasma. L’assenza delimita i contorni di un corpo invisibile ma pur sempre presente. 
Inoltre cerchiamo di essere accurati e meticolosi. Siamo degli sperimentatori sonori incalliti, amiamo provare diversi tipi di strumentazione in studio e curiamo gli arrangiamenti quasi maniacalmente. Tutto questo ha bisogno di tempo e di una grande, sconfinata pazienza, anche da parte di chi lavora con noi.

Ancora sul tempo e sui ritorni.  Àmor arriva dopo quasi dieci anni dall’ultimo album. Che cosa porta questa lunga distanza temporale a questo disco in particolare?

Questa lunga parentesi di tempo quasi ci ha ucciso. Dobbiamo dire le cose come stanno. Le sessioni di registrazione, mixing e mastering sono durate in tutto tre anni, costellate da costanti interruzioni: le nostre vite sono entrate spesso a gamba tesa nel percorso produttivo dell’album, ma noi abbiamo trovato una resistenza che non pensavamo di possedere. Forse sarebbe necessario chiamarla disperazione. Perché questa determinazione coriacea appartiene più ai folli che alle persone sane di mente. 
Io non credo alle speculazioni sulla forza d’animo e la resilienza.  Penso invece che a tutte le esperienze corrisponda un costo da pagare. I sacrifici che abbiamo fatto, le litigate, la scelta di mixare in Scozia e confrontarci con un produttore di fama internazionale che ci ha messo di fronte ai nostri limiti e poi ci ha chiesto di superarli, hanno lasciato un’impronta indelebile su di noi, sull’amicizia che ci lega da tanti anni, sulle canzoni e sul suono del disco.

In tanti anni di attività è cambiato radicalmente anche il modo di produrre, pubblicare e ascoltare musica. Quanto questi cambiamenti hanno influenzato il vostro modo di lavorare? Quanto vi sentite a vostro agio in una scena musicale che nel frattempo ha modificato radicalmente le regole del gioco?

Rimanere così tanti anni distanti dalle scene ci ha permesso di avere uno sguardo esterno sulla digitalizzazione, e soprattutto sulla “coseifizzazione” e “l’algoritmizzazione” dell’esperienza musicale, un fenomeno che negli ultimi anni ha raggiunto dimensioni impressionanti. Lo streaming, soprattutto, è un’entità da “realismo capitalista”: un sistema industriale talmente tanto capillarizzato nella vita e negli usi delle persone che oggi risulta difficilissimo immaginarsi fuori da esso. Le case discografiche sono tutte molto attive sulle piattaforme, e i musicisti, specialmente quelli più giovani, hanno cominciato ad interessarsi attivamente alle tecniche e alle strategie per guadagnare visibilità sui grandi vettori on demand. Noi non siamo né giovani, né performanti. Lasciamo ad altri l’incombenza di occuparsi di questi “strumenti” e ci concentriamo unicamente sulla musica. Facciamo uscire un disco ogni dieci anni, suoniamo poco dal vivo. Come diceva Mark Hollis, meglio il silenzio della musica, soprattutto quando quest’ultima diventa riproduzione bulimica, rumore di fondo. Meglio la quiete al chiasso culturale. La distanza, oltre a rappresentare una strategia necessaria di sopravvivenza, diventa sempre di più una rivendicazione politica. Oggi, più che mai, è necessario vivere nella periferia dell’accelerazione digitale. Nel nostro piccolo siamo quanto di più distante e anacronistico ci possa essere rispetto a quello che ci circonda. Speriamo che questa condizione di smarrimento possa accompagnarci ancora a lungo.

Guardando oggi a dischi come Undressed Momento, Dopoguerra o Just in Case We’ll Never Meet Again, che cosa riconoscete come nucleo permanente dei Klimt 1918 e che cosa, invece, sentite di esservi lasciati definitivamente alle spalle?

Se ritorno con la mente ai nostri primi album vedo ingenuità ma anche tanto entusiasmo nei confronti di un mondo che all’epoca ci sembrava un continente immenso, ancora da esplorare. Ci sono tante cose che adesso non rifarei più e se potessi cambierei di Undressed Momento e Dopoguerra. Talmente tante che sarebbe troppo lungo spiegarle tutte. Ma poi compio un grande sforzo per accettare quello che ero e per ricordare a me stesso che tutte le fasi della vita sono importanti, anche quelle che adesso, a distanza di quasi 25 anni, sento così distanti da ciò che sono/siamo ora. Rimane invece l’inquietudine di non riuscire ad appartenere a nulla. Una condizione claustrofobica che con il tempo è diventata claustrofiliaca; un motore instancabile di disconoscimento che mi porta/ci porta a metterci in discussione sempre, in maniera febbrile e a volte distruttiva. Rimane il senso di disorientamento nei confronti della vita e la nostalgia per le cose che non sono mai state e non saranno mai.

Il titolo Àmor sembra riportare al centro una parola elementare e universale, ma anche estremamente difficile da raccontare. Che cosa significa oggi, per voi, confrontarsi con un sentimento così assoluto attraverso la musica?

Amore è prima di tutto la contemplazione di una mancanza, il rischio di una impossibilità. La musica, nella nostra vita, è amore. Qualcosa che ci sfugge dalle mani e che cerchiamo nonostante tutto di tenere vicino. Un desiderio inappagabile che ci tiene svegli la notte. Il fuoco che ammanta la testa e le membra e che consuma, spesso annienta, la bellezza. Volevamo rivendicare la cavernosità dell’amore. Questo era il nostro proposito: parlare dell’affezione non tralasciando nulla, soffermandoci sugli aspetti più distruttivi dell’esperienza sentimentale che spesso sono quelli che scandiscono con più forza la vita di chi convive con l’urgenza espressiva.

Sarete a SHOEGAZA, una manifestazione in cui la musica diventa anche uno spazio di solidarietà e sostegno alla popolazione palestinese. Dopo un percorso artistico così lungo, che rapporto avete oggi con l’idea che una band possa mettere la propria musica in relazione con ciò che accade nel mondo e assumere, anche attraverso un concerto, una responsabilità che vada oltre la dimensione artistica?

I Klimt 1918 si sono sempre esposti per la Palestina raccontando nelle loro canzoni le storie di Hassan Itab, di Rachel Corrie e della resistenza gazawa prima del 7 ottobre 2023. Quindi crediamo profondamente che ogni musicista debba assumersi delle responsabilità per denunciare la politica colonialista e suprematista di Israele. Come scriveva l’attivista statunitense Toni Morrison, “l’arte è sempre un atto politico”, anche quando sceglie deliberatamente di essere neutrale, di non schierarsi. Chi non si espone, chi non unisce la propria voce al coro del dissenso, è connivente. I musicisti, attraverso la loro musica, lanciano dei piccoli bengala in cielo che rischiarano la notte della ragione affinché le persone disposte a volgere lo sguardo lontano, oltre l’imperturbabilità delle istituzioni, possano trovare la strada giusta per informarsi e a loro volta accendere altre pire e appiccare altri incendi per far si che il messaggio sia visibile ancora da più lontano. SHOEGAZA è un’esperienza esistenziale e politica che spero possa innescare una meravigliosa reazione a catena di musicisti pronti a scendere in campo e di spettatori capaci di assumersi la responsabilità delle loro idee. Ci auguriamo tutti che possa essere seguita da numerose altre manifestazioni simili.

SHOEGAZA VOL. 3 vi aspetta all’Arci Bellezza di Milano venerdì 23 ottobre 2026 alle 20:30. Il ricavato della serata, al netto delle spese vive, sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, l’organizzazione internazionale che continua a garantire assistenza sanitaria alla popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania, nonostante le gravissime restrizioni imposte agli operatori umanitari.

Prenotazioni consigliate su DICE.

Ingresso riservato ai soci Arci

Photo credit: Marzia Troiani

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