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RAPPORTO DA CANNES

di Bruno Fornara

 

“Heli” di Amat Escalante

Una storia di povertà, sfruttamento, droga, polizia, militari, finti militari, narcos, ragazzotti violenti in un Messico desertico e vuoto. Tono oggettivo, storia violenta, personaggi tutti sullo stesso piano, scene esplicite e orribili di sevizie (ma il pubblico in sala si fa sentire solo quando è un cagnolino a soffrire; per gli esseri umani, no, anche quando succede una cosa che al cinema non mi era ancora capitato di vedere, come forma di tortura). Il film ha un andamento regolare, come se tutti i fatti fossero necessari, prevedibili, normalmente ammessi in un Messico in cui lo stato fa finta di esserci quando brucia tonnellate di cocaina e marijuana (ma un po’ è meglio tenerla da parte) e poi si affida una polizia che non si sa a cosa serva. Ho idea che molti film del festival – anche, per esempio, il film del grande Jia Zhangke che passa oggi pomeriggio – partano dalla constatazione che le cose stanno così e staranno così anche nel domani vicino e in quello lontano. Film che registrano uno stato – disgraziato – del mondo.

 

“Jeune & Jolie” di François Ozon

Il prolifico Ozon racconta, con quel suo stile oggettivo e scorrevole, senza esitazioni, quasi senza emozioni, l’adolescenza avanzata della diciassettenne Isabelle che si dice ventenne e che, dopo un primo amore estivo, torna in città e decide di prostituirsi per fare dei soldi che conserva in una borsettina nell’armadio in stanza perché sembra che non sappia neanche come spenderli. È bella, intelligente, mamma medico, patrigno simpatico, fratello più giovane molto vicino a lei. Dunque si prostituisce sì per far soldi – parecchi – ma soprattutto per dimostrare a se stessa di valere qualcosa sia in termini di denaro che di consapevolezza, che di distanza dai modelli degli adulti, soprattutto della madre. Ozon dice questa doppiezza, questa voglia di staccarsi da una se stessa che non le dice più niente, quando, all’inizio, Isabelle fa per la prima volta l’amore con Felix, sulla spiaggia, di notte, e vede la sua se stessa, adesso abbandonata, in piedi lì accanto; e lo ridice poi quando fa l’amore a pagamento nelle stanze d’albergo e si vede più volte doppia negli specchi (un cliente le chiede cosa fa, studentessa, quindi aggiunge lui stesso: “Ah, oui, c’est la crise…”). A un certo punto succede un imprevisto, il trantran viene interrotto, la consapevolezza di Isabelle e il suo tono di sfida crescono. Film comportamentista, nessun moralismo, poca psicologia, questo succede. Le canzoni di Françoise Hardy fungono da accompagnamento soft, come a cancellare ogni traccia di peccaminosità.

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