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NABAT

Bologna la laida

di Daniele Follero

Nel 1979 Bologna è una città del tutto atipica in Italia. Roccaforte di un PCI che amministra il Comune dal dopoguerra e culla del Movimento Studentesco del ’77, il capoluogo emiliano, agli occhi del resto del Paese, è un esempio indiscutibile di libertà. Ma è anche la città in cui è stato ucciso lo studente Francesco Lorusso e dove il sindaco di allora, il comunista Zangheri, ha inviato gli autoblindo a sgomberare la zona universitaria.

L’ambiguità della sinistra cittadina, trova nel punk una delle voci di dissenso più forte. Schiavi nella città più libera del mondo, l’album del collettivo Bo Punx prodotto dalla storica Attack Punk Records, diventa il simbolo di questa visione alternativa di una Bologna la cui “libertà” era più un mito costruito per chi la guardava da lontano che una realtà di chi la viveva.

Di quegli anni di grande fermento musicale e politico, Steno è una delle voci più autorevoli. Il fondatore dei Nabat è la storia vivente del punk bolognese. Parlare con lui vuol dire toccare con mano i luoghi, le situazioni, le difficoltà di un movimento che ha avuto un grande peso nella scena musicale underground italiana.

L’occasione per una chiacchierata con lui sono i quarant’anni dei “suoi” Nabat, band simbolo dell’ Oi! Punk nazionale. Ci incontriamo al Vecchio Son, che da ventun’anni è per lui una seconda casa ed è diventato un punto di riferimento per il punk cittadino. Dagli Stab, gruppo formato da ex membri dei Nabat, ai Picciones, ironico tributo mascherato ai Ramones, sono tante le band che ogni giorno popolano le sale prova di via Sacco o si esibiscono nello spazio antistante durante i concerti organizzati dall’Associazione, dedicata alla memoria del bluesman Son House.

Prima di formare i Nabat eri nei RAF Punk. Che tipo di band era e perché hai deciso di uscirne?
Ho cominciato con loro nel ’78. Erano un gruppo punk con grande tendenza al rumorismo. Con loro suonavo il basso e cantavo, alternandomi con Jumpy Helena Velena. Mi allontanai dal gruppo non per scazzi personali, ma per una motivazione, diciamo così, artistica. Musicalmente, all’epoca mi interessavano altre cose. I RAF erano molto basati sulla musica dei Crass, a me non dispiaceva, ma mi sentivo più vicino a quel punk che poi avrebbe generato la musica Oi!, tipo gli Sham 69.
Quando ho formato i Nabat, i RAF ci hanno aiutato molto. Erano un gruppo più “adulto” e ci hanno praticamente tenuto a battesimo. Fai conto che, all’epoca, una band con un anno di attività era considerata già veterana. Erano anni in cui si viveva molto più intensamente di oggi!

Come erano i rapporti tra le diverse realtà dell’anarco-punk cittadino?
La scena punk bolognese si riconosceva nell’etichetta Bo Punx, divisa sostanzialmente in due “fazioni”, a seconda dell’orientamento politico e musicale. C’erano gli anarco-pacifisti e noi, che ci definivamo anarco-nichilisti ed eravamo più affini a certe sonorità punk rock. I Nabat, almeno nelle intenzioni, erano vicini a Damned, Sex Pistols, Angelic Upstarts e Sham 69, mentre gli altri facevano riferimento a band come Crass, Conflict e Subhumans. Eravamo tutti amici, tutti uniti, sebbene fossimo, sotto certi aspetti, antagonisti. Spesso ci davamo una mano con i concerti, li organizzavamo insieme.

Come vi collocavate nel panorama politico di una Bologna “capitale” del Movimento del ’77?
In quanto punk, inizialmente i gruppi di Autonomia non ci vedevano di buon occhio. I collegamenti con il movimento sono cominciati solo qualche anno più tardi, con la nascita degli Autonomen tedeschi, con i primi squat, le occupazioni a Kreutzberg. A quel punto c’è stato una sorta di sdoganamento. Venimmo, diciamo così, riabilitati. Con gli Autonomen berlinesi, che avevano come fonte d’ispirazione l’Autonomia italiana, pur avendo al loro interno molti punk, un certo tipo di abbigliamento, di modo di apparire, cominciò ad essere accettato anche in Italia.
Questa sorta di emarginazione l’abbiamo vissuta in un secondo momento con gli skin. I Nabat da punk hanno subito una trasformazione e si sono avvicinati al movimento skin all’inizio degli anni ’80. E da quel momento ci è toccato portare la croce degli skinhead, spesso confusi con i naziskin. Ci è voluto più tempo, ma alla fine siamo riusciti a far capire alla gente che non era vero neanche questo.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 c’era un grande fermento negli ambienti del punk e della nascente new wave. Come convivevano realtà tanto eterogenee in una città come Bologna, non certo una metropoli?
Fino a qualche decennio fa il centro della città funzionava ancora come il centro di un paese. In centro ci si vedeva tutti e ci si conosceva tutti. Noi punk, ad esempio, ci incontravamo al Disco d’Oro. Il negozio di dischi era un punto di riferimento importante: lì era più facile incontrare gente interessata alla musica.
In questa eterogeneità, c’era una sorta di solidarietà tra le band della, chiamiamola così, “devianza”. Avevamo un mondo contro, non avevamo tempo per scazzi personali.
Però, attenzione: poi il gruppo doveva essere di gente “nostra”. Va bene il dark, va bene il metallaro, ma nella band si doveva essere tutti uguali. Sotto quest’aspetto eravamo, se vuoi… un po’ fondamentalisti, ecco (ride).

Dove suonavate in città?
Noi punk avevamo pochi posti dove suonare dal vivo. Il nostro sogno era quello di avere un centro sociale occupato, uno spazio tutto nostro. In mancanza di questo, ci siamo sempre un po’ arrangiati nei posti già esistenti o, altrimenti, inventandocene di nuovi. Il Circolo anarchico Berneri è stato per molto tempo la nostra casa. Frequentavamo spesso anche l’Onagro, che era una libreria anarchica, e l’Osteria dell’Orsa. Lì riuscivamo, il sabato sera, ad organizzare delle “punk night” con le band cittadine, mettendo insieme sei o sette gruppi, tutti con repertori molto brevi. Quando l’Orsa iniziò ad ospitare concerti jazz, ci spostammo in estrema periferia e provammo a gestire un locale, una vera e propria discoteca. Era in via Bazzanese e si chiamava Tilt. Riuscimmo a tenerlo per un paio di stagioni e lì facemmo diversi concerti punk. Si trattava in pratica di una discoteca rock con licenza per concerti.

Come riuscivate a promuovere dischi e concerti?
I media non ci consideravano, neanche quelli di sinistra, per cui la nostra voce era fondamentalmente la fanzine. Quasi ogni gruppo ne faceva una. Avevano tirature misere, una cinquantina di copie, e servivano a noi soprattutto per farci conoscere in altre città, ma non avevano l’immediatezza di cui avevamo bisogno.
In questa massa indistinta di fanzine autoprodotte, la rivista pubblicata in edicola divenne il miglior strumento per farsi notare a livello nazionale. Alcune di queste, come Maximo Rock’n’Roll, tenevano una fitta corrispondenza con tutte le scene underground e questo per noi era vitale. Ricordo molto bene la rubrica dei lettori di Rockerilla! La leggevamo tutti con una certa apprensione perché lì ci scrivevano i lettori, su una rivista che aveva già una tiratura importante e una diffusione nazionale. Considera che in Italia le scene erano molto indipendenti tra loro, non c’era una rete, si comunicava poco.

Che rapporti avevate con la scena punk-hardcore di città più grandi come Milano, Torino, Napoli? Penso a band come Negazione, Kina, Impact, Contropotere…
Noi ci definivamo una band hardcore, ma quel tipo di gruppi non ci voleva. Al Virus di Milano, ad esempio, i Nabat non erano ben accetti. Pensavano che fossimo, come dire, ambigui. A sdoganarci furono i RAF Punk, cui venne l’idea di creare una sorta di cartello di gruppi sotto la sigla Bo Punx. In pratica, la scena bolognese, sintetizzata in cinque/sei band, si proponeva insieme. Oltre a noi c’erano anche i Bacteria e gli Stalag 17. Si faceva un prezzo forfettario per tutti ed era una cosa che funzionava, permettendo ai Nabat di suonare anche in posti “ostili”.

Nel 1987 il primo scioglimento. Perché?
Dal ’79 in avanti il gruppo ha cominciato a suonare con una certa continuità, per cui ci siamo trovati nell’ 83-84 (erano già usciti sia Laida Bologna, sia Scendiamo nelle strade) a suonare moltissimo, arrivando a fare cento date in un anno. Per cui, nell’ ’87 eravamo… molto stanchi (ride). Non era facile suonare in quel periodo, era veramente un’avventura. Si suonava con impianti fatiscenti e si dormiva spesso in posti che non erano certo delle camere da letto. Poteva capitarti la radio di movimento o la cantina dell’amico, però erano sempre situazioni molto dure. Avevamo bisogno di riposo. Del resto, i Nabat si sono presi, nell’arco della loro storia, diverse pause di uno, due, in un’occasione anche tre anni, per poi tornare a suonare…

… come quando, negli anni ’90 siete tornati a fare concerti di beneficenza per aiutare la madre di Tiziano Ansaldi…
La morte di Tiziano ci ha dato la motivazione per tornare a suonare dopo una delle nostre lunghe pause. C’era il problema di Antonietta, sua madre, che all’epoca aveva bisogno di assistenza. Quella di raccogliere fondi per lei fu una molla molto importante. Facemmo un benefit tour con altre band, vendemmo tutti i dischi della collezione di Tiziano e poi continuammo da soli, come Nabat, a fare concerti per raccogliere fondi per Antonietta. Una volta tornati in attività siamo rientrati in studio per registrare Nati per niente, ma fummo costretti a fermarci di nuovo per un paio d’anni perché mi ruppi una tibia cadendo dal palco.

Neanche allora, però ne hai voluto sapere, di smettere. Sono gli anni della Laida Bologna Crew…
Tutto era partito per fare un altro gruppo, ma tornammo di fatto ad essere i Nabat perché quando ci vedeva, il pubblico, ci chiedeva i pezzi vecchi. Provammo anche ad inserire un synth, a cambiare qualcosa a livello stilistico, ma nei live la metà della scaletta finiva per basarsi sui brani dei Nabat, quindi a quel punto decidemmo che era il momento di tornare alla band originaria.

Cosa c’è nel futuro dei Nabat?
Dopo il nuovo disco, Banda Randagia, abbiamo registrato quattro pezzi per produrre degli split con Klasse Kriminale e No More Lies. Mi piace molto la formula dello split per l’idea di condivisione che implica fare un disco con un altro gruppo, a prescindere di quanto mercato possa avere. Con i Klasse Kriminale abbiamo addirittura deciso di non darlo alla distribuzione e di venderlo soltanto ai concerti.

È ancora laida, Bologna?
Più di prima! A livello di spessore degli uomini politici è la più laida che c’è. Credo che questa sia la peggior giunta che abbia avuto Bologna dal dopoguerra. È lontana dalla gente, tanto lontana da farmi rimpiangere perfino Zangheri!

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