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My Bloody Valentine

FEED ME WITH YOUR KISS

Il 4 novembre del 1991 usciva quello che possiamo definire, con tutta probabilità, il disco più innovativo del decennio Novanta in ambito rock. Uno di quei lavori che, oltre ad aver influenzato in maniera siderale e su più fronti i concetti di pop e rock stessi, era riuscito a creare attorno a sé un proprio microcosmo, ad astrarsi da ciò che lo circondava per situarsi in una dimensione intoccabile, ammirato ed incensato da tutti ma sostanzialmente ignaro e fondamentalmente disinteressato a tutto ciò, insensibile allo scorrere del tempo e all’usuale logorio di qualsiasi opera d’arte. Si chiudeva così, con una teca di vetro sopra un gioiello di rara purezza, la carriera dei My Bloody Valentine. Kevin Shields e compagni erano riusciti in due dischi e una manciata di Ep ad abbattere un muro apparentemente irriducibile, che da sempre separava leggerezza e sperimentazione. Non furono avanguardisti, non almeno nel senso stretto del termine: furono forse la creatura musicale che meglio incarnò il tanto ambito – ma difficilissimo da ottenere – concetto di libertà creativa. Essere “avanti”, osare, spremere le meningi per farvi uscire lampi di genio, non è mai stata una loro ambizione: al contrario, i My Bloody Valentine hanno sempre voluto fare solo ciò che sentivano di fare. Naturalezza è la parola chiave per intendere uno dei pochissimi percorsi, nella storia della musica moderna, a potersi fino ad oggi vantare dell’attributo di perfezione.

Per tutti questi motivi, vedere tornare in auge il marchio Mbv a ventidue anni da un compimento impareggiabile come Loveless è stata forse la sorpresa più grande degli ultimi vent’anni di musica. Ma a volerla ben vedere, rinunciando in partenza all’inevitabile dose di aspettative e pregiudizi, il terzo album del geniale quartetto non è che la dimostrazione di quanto già detto in precedenza: per l’ennesima volta si sono presi gioco – involontariamente – di tutto e di tutti, facendo solo e soltanto ciò che sentivano di voler fare. Dalle dichiarazioni dello stesso Shields si evince che il gruppo non ha mai veramente abbandonato la sua attività, limitandosi ad aspettare il momento migliore per dar vita ad un’opera sulle spalle della quale oggi grava un peso notevole. Già, perché tornare a ventidue anni da uno degli emblemi della popular music moderna ha corrisposto al sollevare la teca di cui sopra, che col passare del tempo, anno dopo anno, era sembrata guadagnare in solidità fino ad apparire inamovibile. A poco, infatti, erano serviti i fiumi di dichiarazioni di Shields che, con cadenza biennale, continuava ad annunciare un nuovo, imminente album in arrivo: l’effetto “Pierino” era riuscito a prevalere anche su questo, dando un contributo decisivo, col senno di poi, all’accrescere il tasso di imprevedibilità da sempre propria dei quattro. E con queste ragioni si è già ampiamente dimostrata l’impossibilità di trovare una risposta razionale alla domanda che ha assillato l’ambiente musicale in questo ultimo mese: “perché?”. Se lo chiedessimo oggi a Shields, la sua risposta equivarrebbe – sebbene probabilmente montata in maniera più formale – ad un “perché sì”. Non c’è risposta, ma solo il dato di fatto per cui – in base ai gusti e al proprio giudizio – gioire o rammaricarsi: i My Bloody Valentine sono tornati. Anzi, no: non se ne sono mai andati.

Ma risolto il primo quesito, ecco sopraggiungere ancor più impietoso il secondo: com’è questo nuovo album? Cosa può avere da dire ancora un gruppo che ha registrato, ventidue anni fa, un disco che messo oggi sul lettore suona mille volte più attuale di gran parte dei contemporanei (e, soprattutto, dei loro seguaci)? Per il giudizio prettamente qualitativo, si rimanda alla più appropriata sede della recensione. Il punto da affrontare ora è proprio il secondo, e un’eventuale risposta della band potrebbe suonare questa volta come un “non abbiamo mai avuto qualcosa di particolare da dire. O meglio, abbiamo sempre detto quel che volevamo perché lo volevamo, ed è la stessa cosa che abbiamo fatto ora”. Se c’è una sicurezza che è possibile anticipare, è che chiunque abbia creduto all’utopica illusione di trovarsi davanti un nuovo Loveless, resterà deluso. Resterà deluso chi sperava in una tirata a lucido di quei suoni, e altrettanto chi pregava per una rivoluzione a trecentosessanta gradi. Mbv non è niente di tutto questo, è un disco che stupisce nel suo non-stupire. Sono i My Bloody Valentine del 2013: non i My Bloody Valentine del 1991, né tantomeno i My Bloody Valentine del 1991 nel 2013. Superfluo specificare che, per una band distintasi sempre per via dell’impossibilità di classificare la propria musica (ma siamo davvero sicuri di volerlo chiamare shoegaze?) e di uno stile personalissimo ed inimitabile, le “coordinate” (ma esistono?) base di quest’ultimo non abbiano potuto subire particolari mutazioni. Una band che era e resta fuori dal tempo: questi sono Shields e compagni nel 2013, niente più e niente meno di quel che erano nel 1991. Ed è proprio questo il nuovo miracolo di cui il gruppo si è reso protagonista: dopo il risveglio da un apparente (ma mai esistito) stato comatoso, nonostante il sollevamento della fantomatica teca, la loro musica continua ad essere astratta dal concetto stesso di temporalità. Continua ad essere indefinibile, superiore a tutto ciò che l’ha circondata in questi anni e la circonda oggi, immune a qualsiasi segno del tempo, e simile solo a sé stessa.

La terza ed ultima domanda, giunti nella fase conclusiva di una disamina che ha il più ampio margine d’errore possibile, non può che essere naturale: Mbv può reggere un confronto con Loveless? La risposta è di nuovo abbastanza ovvia ed immediata: no. Quando Loveless uscì, non v’era nulla che potesse dettargli la strada o fungere da luce in un tunnel inesplorato e buio: esso era frutto di un’evoluzione costante, che dai primi Ep aveva portato all’altrettanto straordinario Isn’t Anything e poi ad un punto oltre il quale era impossibile andare. Oggi, Mbv ha invece davanti a sé un riferimento già ben chiaro, una guida eloquente sulla strada da intraprendere, quella luce che a Loveless mancava: e si tratta, neanche a dirlo, di Loveless stesso. Una luce che illumina ma non abbaglia, incapace di accecare la bellezza di un disco che saprà conquistare tutti, meno coloro che partiranno con il presupposto di volervi trovare una nuova rivoluzione. L’azzeccato titolo, meno scontato di quanto possa sembrare, inquadra appieno quel che invece è contenuto nel disco: i My Bloody Valentine, con la loro naturalezza e la loro libertà intatte e attuali più che mai. A distanza di ventidue anni da una rivoluzione non cercata, qualcosa che va oltre il semplice appagamento dei sensi o la semplice soddisfazione per un ritorno in cui nessuno sperava. Nessuno, tranne loro.

 

MY BLOODY VALENTINE

Mbv

Autoproduzione

C’è poco da aggiungere, a onor del vero, a quanto già detto più in alto sul conto di questo Mbv. È il 2 febbraio del 2013 e il nuovo disco dei My Bloody Valentine, più volte annunciato ma mai compiuto, è divenuto realtà. Se Loveless non era ambientato nel 1991, Mbv non è ambientato nel 2013: la dimensione è invece la medesima, e come già specificato è ben ardua da collocare temporalmente. Shields e compagni si confermano maestri di uno stile che in tanti hanno provato, senza successo, ad eguagliare: il trittico d’apertura riporta dunque in quel sogno abbandonato ventidue anni prima, fra tormenti ruvidi (She Found Now), minimalismo melodico (Only Tomorrow) e pop song alienanti (Who Sees You). Se New You è la loro interpretazione della moderna psichedelia, frastornante e cacofonica, le disfunzioni raggiungono il loro trionfo massimo nell’accoppiata centrale di Is This And Yes e If I Am, stupri programmati alla forma canzone. In Another Way riesce a magnificamente a fingersi leggera prima della sorpresa finale, composta dal furente strumentale tribal-percussivo di Nothing Is e dal capolavoro Wonder 2, sinfonia per distorsori e distese sintetiche. Masters at work.

Matteo Meda

 

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