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MCCOY TYNER QUARTET

New York City | Blue Note | 6 settembre

L’occasione era troppo ghiotta: Tyner a due passi, nel locale più noto e prestigioso della storia del jazz, nel Greenwich Village. Con lui, un trio di musicisti in rampa di lancio verso la gloria.

Detto altrimenti: l’evento era imperdibile, e infatti non me lo sono perso, tanto da catapultarmi all’interno del leggendario Blue Note senza pensarci un istante.

Il concerto, nonostante la breve durata (un’ora scarsa), è stato folgorante: Tyner si è cimentato con ariosi temi blues, incantando il pubblico – sempre concentrato e in religioso silenzio – nonostante l’età non più verdissima. L’agilità delle sue mani è risultata sorprendente: la sinistra ha sfornato un incessante sequenza di accordi ritmici, mentre la destra ridisegnava il tema principale con la consueta leggerezza (il suo tocco è riconoscibile fra mille), alternando break improvvisi (le famose armonie quartali, il suo marchio di fabbrica) e un uso sapiente del silenzio. L’accorato saliscendi emotivo elaborato in completa solitudine, poi, avrebbe commosso una pietra.

I suoi accompagnatori sono stati degni del maestro: il contrabbassista, un allievo di Ron Carter capace di valorizzare la sostanza melodica e discorsiva dello strumento, ha regalato un paio di assoli tanto intricati quanto leggibili. Il sassofonista ha esibito un’impressionante forza post-coltraniana, scuotendo gli ascolatori grazie a un suono denso e gonfio, capace di esaltare la complessa tessitura armonica dei suoi solo. Il batterista, se possibile, ha fatto ancora meglio, abbinando virtuosismo trascendentale, una particolarissima leggiadria e un esaltante ricorso ai ritmi cubani.

Checché se ne dica, la storia del jazz si fa ancora (almeno in parte) nelle strade del Village: il quartetto dell’attempato Tyner ha saputo ribadire con forza il concetto, suonando sorprendentemente al passo con i tempi.

Francesco Buffoli

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