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LA MIGLIORE OFFERTA

di Giuseppe Tornatore

ITA., 2012

 

La migliore offerta, ultima fatica di Giuseppe Tornatore, è un film dalla trama non solidissima ma comunque affascinante. C’è il mito del falso che si rinnova nell’arte e che si nasconde tra le pieghe di ciò che è bello (o appare tale), c’è un Geoffrey Rush in forma smagliante, c’è un Donald Sutherland discreto ma ben usato nell’impianto narrativo. E poi c’è Tornatore, artista che nel bene o nel male (indipendentemente dal fatto che possa piacere o meno) marchia i suoi film con uno stile di ripresa inconfondibile, e La migliore offerta non si sottrae di certo al suo destino. Detto questo, non sfuggirà a molti che l’ultima fatica di Tornatore fa di tutto per apparire una versione patita, riveduta e un po’ corretta di due celebri film di Paolo Sorrentino: L’amico di famiglia e Le conseguenze dell’amore. Impressionanti, infatti, i punti di contatto narrativi fra i tre lungometraggi e soprattutto il finale. Quindi chi ha confidenza con le prime produzioni di Sorrentino, non dovrà stupirsi se dopo 30 minuti dall’inizio del film, la trama apparirà quanto meno familiare e il finale ampiamente prevedibile secondo uno schema già noto. Sarebbe ingeneroso definire La migliore offerta come un “remake di altri lungometraggi” ma insomma…

 

La storia comunque è interessante. Virgil Oldman (il nome è molto simile alla parola “virgin” e coniugato col cognome sa già di didascalia…) è un richiestissimo battitore d’aste che, con la complicità dell’amico di vecchia data Billy (Donald Sutherland), riesce a impossessarsi a basso costo di tele dal valore inestimabile. Ossessionato dalla figura femminile, negli anni ha raccolto una collezione impressionante di ritratti di donna custoditi gelosamente in un’enorme stanza segreta della sua casa, dove quotidianamente ammira quei volti, che rappresentano l’unico rapporto sentimentale di una vita sacrificata agli affari. Una mattina al suo ufficio arriva una telefonata di una giovane ragazza, Claire, che chiede di lui. Parla di una valutazione importante da fare presso un’antica villa di proprietà dei suoi genitori scomparsi da poco. Dice che il padre è stato chiaro con lei: vuole che ad occuparsene sia il signor Oldman in persona, nessun altro. Dopo qualche titubanza il burbero protagonista decide di accettare.

 

Al film non manca granché dal punto di vista prettamente stilistico: bella la regia, belle le scenografie, gli interni, gli esterni, curata la fotografia, maluccio le musiche di Morricone (poco espressive), discreta la caratterizzazione dei personaggi. Tutta la pellicola poggia sulle spalle di Geoffrey Rush, che si accolla l’onere di tenere in piedi la struttura portante del lavoro delegando ai coprotagonisti ruoli comunque degni. Male Sylvia Hoeks e Jim Sturgess (la prima è la bella Claire, l’altro è il giovane confidente del protagonista): entrambi apportano poco al film con le loro interpretazioni e passano sul grande schermo senza lasciare traccia.

 

Un’ultima nota: grande, grandissimo Rush, ma chissà come sarebbe stato il suo Virgil Oldman con la faccia di Toni Servillo, artista-feticcio di moltissimi film di Paolo Sorrentino. La sensazione è che il ruolo gli sarebbe calzato a pennello.

Francesco Casuscelli

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