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JUNUN
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JUNUN

Paul Thomas Anderson è uno dei registi più importanti della cinematografia contemporanea. Accostato a Martin Scorse e Quentin Tarantino, è anche uno dei registi più legati al mondo del rock. Oltre ad aver girato diversi videoclip, nei suoi film la musica è presente con ruoli preponderanti, dal pluripremiato Boogie Nights degli esordi, al più recente acclamato Vizio di forma. L’ultima sua opera, proiettata qualche giorno fa a Torino allo SeeYouSound – International Music Film Festival, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, si colloca tra film e video musicale, senza rientrare appieno né nell’una né nell’altra tipologia. Un po’ videoclip, un po’ documentario, un po’ film narrativo, Junun (Follia d’amore, 2015) è la ripresa di una jam session tra un gruppo di musicisti di provenienza diversa che si ritrovano nel Rajasthan, in India, ospiti nel castello del Maharaja di Jodhpur, e che è il preludio di quello che diventerà l’album omonimo, uscito alla fine dell’anno scorso per la Nonesuch Records. Il gruppo è composto da Jonny Greenwood dei Radiohead, dal compositore israeliano Shye Ben Tzur e dai musicisti indiani The Rajasthan Express, accompagnati dal produttore dei Radiohead, Nigel Godrich, che ha prodotto l’album, dal regista e da altri amici. In un clima di totale rilassatezza e amicizia, le diverse culture e tradizioni musicali si sono incontrate e hanno creato una speciale simbiosi che ha generato una sorta di estasi psichedelica, frutto dell’unione tra l’Islam mistico dei Sufi, la musica qawwali, la musica gitana del Rajasthan e le poesie religiose in urdu, ebraico e hindi. La videocamera riprende i musicisti impegnati all’harmonium e al sarangi (tipico strumento ad arco indiano), insieme a chitarra, basso e tastiere, fino al campionamento dei suoni tramite un computer e un drone riprende sorvolando il castello e i mille colori della cittadina di Jodhpur. Strumenti antichi che si fondono con tecnologie moderne, nel cuore di una cultura millenaria come quella dell’India punto d’incontro di popoli e tradizioni diverse.

La Madre India che accoglie nel suo grembo il passato e il presente, l’Oriente e l’Occidente, la musica e le immagini, avvolge e affascina lo spettatore.

La mano di un grande regista riesce a trasformare quello che forse era un semplice esperimento, istintivo e casuale in un piccolo capolavoro.

Rossana Morriello

 

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