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JAMBINAI

JAMBINAI
A Hermitage
Bella Union

Bel colpo per la Bella Union che scova in Corea del Sud il terzetto dei Jambinai, una realtà di post rock epico che evidenzia come nei paesi asiatici l’amore per soluzioni commoventi ed enfatiche è sempre presente. Si pensi ai giapponesi Mono le cui atmosfere si possono paragonare proprio a questo gruppo che, inoltre, non esclude l’utilizzo di archi come fanno i Godspeed You Black Emperor. In questo caso però le corde che vengono suonate e percosse sono quelle appartenenti ad un vecchio strumento della tradizione sud-coreana come l’haegum, una versione locale del violoncello. E poi al fianco di chitarre potenti, c’è il piri, ossia un flauto coreano di bamboo e lo zither, una sorta di dulcimer anche qui nella sua versione nazionale. Questo secondo disco dei Jambinai si dimostra di grande intensità, atmosfere emotive dilanianti con passaggi più tenui in cui gli strumenti della tradizione hanno maggiore spazio ma che non mancano con le loro note anche quando l’esplosione elettrica e della sezione ritmica si manifesta in tutta la sua potenza. A Hermitage sa toccare le sensibilità di ognuno trasportando l’ascoltatore dentro una tempesta di fulmini e saette che, in pratica, sono tutti gli input, gli elementi che scuotono l’anima di ciascuno. Dischi come questo fanno ancora una volta capire perché si ama la musica, proprio per il suo potere salvifico.
Una rivelazione.

Gianluca Polverari

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