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HAROLD BUDD

Jane 1-11

Darla

 

Un album davvero notevole, che di certo non deluderà chi seguiva Harold durante il periodo di maggiore popolarità dovuto all’interesse di Brian Eno agli inizi degli anni ’80 per la musica ambientale e, in particolare, alla sua opera.

Autore di notevole spessore, classe 1936, sposta il minimalismo verso landscapes di notevole suggestione. Dopo il recente Bandits of Stature, che presentava composizioni classiche per quartetto d’archi e piano/violino, con questo album, il migliore da anni a questa parte, Harold torna a quella musica estremamente raffinata e diafana che lo ha reso popolare (si fa per dire).

Layers di sintetica elettronica si sovrappongono come veli su paesaggi immaginari. Una celesta, uno xilofono, ogni tanto emerge per ricordarci di arcane melodie sepolte da eoni sotto coltri di suoni come pensieri, avvolti da una dolcezza onirica, infinita.

Indefinite percussioni scandiscono ritmi secondari, come in Jane 1, a creare lividi contrasti con sintetizzatori cupi e crepuscolari.

Jane 3, con droni elettronici e un piano gravido di reverberi porta davvero emozionalmente a Pavillion Of Dreams o Ambient 2, i capolavori di trenta e più anni fa ma ancora attualissimi.

Steel drums che hanno perso ogni sapore solare o caraibico ma sembrano dense gocce di acque antiche, immote, come in Jane 10, dove arrivano ad accennare una sorta di melodia panetnica, indistinta. Il silenzio, lo spazio, il tempo trovano nuovi ruoli e diverse simmetrie.

Massimo Marchini

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