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FUTURE ISLANDS

Live in Frederick, Maryland 9 Ottobre

A parte qualche caso di particolare levatura, mi hanno sempre annoiato i live su dvd o su altri supporti video. L’idea di un montaggio spesso troppo serrato e l’impossibilità fisica di poter vivere una emotività condivisa con il vero pubblico presente hanno spesso creato un flusso differito e giocoforza poco organico. In questo brusco cambio di prospettiva, però, alcune cose sono cambiate. Dopo il black-out smarrito di eventi e operatori a trecentosessanta gradi (ci sarebbe da discutere molto), in cui la musica è scomparsa, il desiderio di ricominciare con modalità tutte da sperimentare ha preso il sopravvento. Ci limiteremo a una sola domanda: la modalità di concerto live via web con biglietto virtuale e una unica possibilità di ascolto funziona oppure no? Si aprirebbero scenari interessanti per gli addetti ai lavori, pensando a un live web esclusivo di una band che non riesce a suonare dappertutto o proponendo eventi particolari, quali la celebrazione di un certo disco dalla discografia completa o un brano nuovo anticipato da un live prendere o lasciare. Fonici, scenografi, ingegneri di luci e suoni, driver, tecnici e addetti ai montaggi, per nominarne soltanto alcuni potrebbero ritrovare un po’ di ossigeno. Ma il contagio artista-ascoltatore si consuma? Con i Future Islands ha funzionato benissimo. Suonato a Frederick, nel Maryland, a poca distanza da Baltimore, un palco minimale, bellissime luci, simmetria circolare per distribuire lo spazio (e mantenere le distanze) e soprattutto un sound di bellezza palpabile hanno innescato la scintilla. A tre anni esatti dall’ultimo disco, la band ha presentato As Long As You Are, regalando al pubblico ben sette canzoni del nuovo lavoro. Dopo un attimo di inevitabile smarrimento – “It’s a little strange here” ha sentenziato Samuel Harring – il live si è srotolato senza intoppi. Hit The Coast ha rotto il ghiaccio con convinzione, seguita da Beauty On The Road, l’unico brano concesso all’ultimo album. Harring ha inseguito i suoi spettri con un tale coinvolgimento emotivo da risucchiare l’attenzione completamente. Le parole trascinate lontano dalla chirurgia del tempo, i movimenti di un corpo posseduto, il sudore e i piccoli riflessi nelle luci, la furia e la quiete nel giro di un battito di cuore, hanno regalato una esperienza strana ma dal buon sapore. La morbida Moonlight, la hit Seasons (Waiting On You) hanno anticipato la bellissima Thrill, che ha chiuso la prima parte di un concerto convincente. Il nero, sempre presente tra le singole canzoni e appena prima dell’encore – preceduto da un smontaggio parziale del palco, come se fosse necessario svuotarsi dal superfluo – ha punteggiato le ultime tre canzoni, tra le quali citiamo Little Dreamer, tratta dal primo album e così acerba da meritarsi la chiusura del concerto. BELLISSIMO. Paolo Dordi

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