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ARTO LINDSAY BAND

Venezia, Teatrino di Palazzo Grassi | 18 giugno

Il riferimento più vicino nel tempo è stato il doppio cd uscito nel Maggio del 2014 per la nuovayorkese Northern Spy. Encyclopedia of Arto tentava un riassunto forse impossibile di una vita vissuta sempre sul ciglio dell’innovazione, della ricerca immersa nel noise elettrico scaturito nel lontano 1978 e portato alla luce da un solitamente “silenzioso” Brian Eno, curatore di quella compilation che diede il nome ad un movimento nato nel Lower East Side di Manhattan, una negazione passata alla annali come una delle più interessanti affermazioni nella storia della musica di confine. No New York con i suoi accordi colmi di sprezzante emotività musicalmente incolta, il suo assordante noise capace di coinvolgere e sconvolgere chi, al rumore soavemente punk del periodo, era abituato. Percorsi veloci, vite che vibrano sulle sei corde di una chitarra usata come un microscopio capace di selezionare anche il più piccolo germe di innovazione per farlo poi crescere e proliferare lungo le mille diverse culture in vitro racchiuse nel suono di ricerca. Ed è così che il noise si quieta per lasciar spazio all’indefinita trama di un jazz vestito di eleganza free e movenze cool. I Lounge Lizards arrivano sui nostri giradischi nei primi anni ’80 con il loro portamento dandy e quel profumo di Harlem notturna impresso nei solchi del loro primo disco. Lindsay però non è artista che ama soffermarsi a lungo, il suo carattere ambizioso lo porta a sondare altri mondi sonori. Gli Ambitious Lovers giungono a mescolare le carte in tavola usando tutti i trucchi usati negli anni trascorsi dentro il deflagrare del suono: no wave, soul, sythpop, post-punk… bossa. Il brasiliano Arto incontra l’americano Arto e gioca una partita sotto i raggi di un sole tropicale che mai lo ha abbandonato, che fa parte integrante del suo andare per suoni. Un tropicalismo sempre presente nel suo incontrastato cammino solista colmo di importanti e portentose collaborazioni che ci riporta all’interno delle pagine di questa basilare Encyclopedia, strumento essenziale per comprendere o ricordare chi ora si sta raccontando sopra un palco racchiuso all’interno di un gioiello architettonico affacciato sul Canal Grande: Palazzo Grassi. Sessantadue anni portati svelti, magri, in una modalità friendly che disarma fintanto che le sue movenze non si fondono completamente con lo strumento che gli vive appeso vicino al cuore.

Accompagnato da Marivaldo Paim alle percussioni, Stefan Brunner agli effetti e dal chitarrista di samba Luis Felipe de Lima con la sua fidata sette corde, Arto Lindsay si palesa oltre le copertine dei suoi dischi, al di là dell’aura di colto ed estremo ricercatore sonoro, oltre il mito di una Manhattan terra di ribelli oramai scomparsi. Si presenta subito con quella saudade che lo scrivente non ha mai fatto sua ma che riesce a perforare anche la corazza più spessa. Lenta e dolce discesa nella costruzione armonica di una musica tropicale che ritrova la sua verginità e il suo vigore in un arpeggiato magistrale, accompagnato da una voce esile ma pronta a fondersi con la potenza estrema di sei corde pronte ad esplodere. E quando questo avviene è gioia liberatoria, è danza selvaggia lungo i fili scoperti della curiosità e della volontà mai sopita di ricerca. Un continuo andirivieni di suggestioni e forti sollecitazioni alle quali è impossibile sottrarsi irradiati come si è di ancora giovane elettricità allo stato puro: I’m awash in overall impressions. I stand illuminated…”.

ph Mauro Sambo

Mirco Salvadori

 

 

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