In vista dell’appuntamento il prossimo 23 ottobre all’Arci Bellezza di Milano con la terza edizione del festival italogaze a supporto della popolazione palestinese, incontriamo le band che saliranno sul palco. Oggi è il turno di Yumeia & Tre Flip.
Il debutto di Yumeia e Tre Flip parla di incantesimi, inverno e foglie. Parla di luoghi sospesi, paesaggi dipinti da pattern sonori ora caldissimi, ora distanti. Perché sì, lume parla anche di distanze: anzitutto quelle che a un certo punto si ricongiungono, come le distanze da cui è nato (tra Roma e Bolzano, in una corrispondenza artistica andata avanti per lunghissimo tempo), ma anche quelle che separano, dilatando il tempo e le emozioni. Un disco delicato e pieno di poesia, che in ogni traccia cerca una luce che illumini sentieri solo apparentemente cupi. Abbiamo intervistato Alessia e Giuseppe per parlare della nascita del progetto, della loro collaborazione a distanza, del rapporto tra tecnologia e strumenti analogici, della costruzione di lume e della necessità di portare finalmente questa musica dentro uno spazio fisico e collettivo.
Yumeia & Tre Flip è un progetto nato da un incontro a distanza e prende forma attraverso un processo creativo quasi interamente da remoto. Come vi siete conosciuti e da quali percorsi musicali provenite?
Ci siamo incrociati su TikTok, entrambi curiosi della musica dell’altro. Rispettivamente, postavamo le nostre demo: Giuseppe demo strumentali e Alessia demo anche cantate.
Lavorare a distanza significa necessariamente ripensare il concetto stesso di collaborazione. Quanto la tecnologia, che è un mezzo indispensabile per il vostro scambio creativo, ha modificato il vostro modo di immaginare e comporre musica?
Alessia: Per Giuseppe, partendo dalla musica in cui ha sfruttato la tecnologia moderna, col tempo è nata la necessità di provare ad avvicinarsi sempre di più allo strumento. Io personalmente non mi sento troppo affetta dall’uso della tecnologia nella musica, poiché ho sempre avuto un approccio molto analogico. Non mi sono mai interfacciata con la produzione e, quando ci ho provato, mi sono trovata catapultata in un altro mondo che forse non mi appartiene e che spesso mi ha mandato in crisi. Per scrivere una canzone ho bisogno di avere lo strumento fisico in mano e sentirlo vicino a me. Giuseppe, d’altro canto, sguazza bene in questo universo, lo domina. Avere avuto un approccio così tecnologico ha creato in lui la necessità di avvicinarsi di più allo strumento: sente che con le modalità analogiche riesce a performare e a trasmettere meglio la sua intenzione nella musica. Nonostante ciò, fa molto affidamento sul digitale e sulla tecnologia: la post-produzione diventa un campo sperimentale, come in lume.
Proprio riguardo a lume, il vostro debutto insieme, vediamo come lo shoegaze incontri lunghe sezioni ambient, dilatando la forma della canzone e privilegiando spesso atmosfera e immersione. Che cosa vi interessa della possibilità di sottrarre la musica alla struttura tradizionale del brano?
Giuseppe: il tema della sottrazione, per me, è sempre esistito ed esisterà sempre. Mi piace avere delle code morbide, che siano in un intro, un outro o un bridge, perché sono molto amante della tensione e del rilascio che le sezioni ambient possono creare con gli stacchi shoegaze. Sicuramente viene molto dalle mie influenze musicali: mi piace la musica ambient e mi piace farla.
Alessia: Per me, invece, è essenziale che ci sia una parte che appartenga strettamente allo stile di Giuseppe. Dato che i brani li ho scritti io e il progetto lo condividiamo, queste sezioni mi fanno sentire il progetto come se fosse nostro al 100%.
L’album è nato seguendo una direzione precisa oppure avete scoperto la sua coerenza soltanto una volta terminato il lavoro?
Abbiamo scoperto la sua coerenza solo una volta terminato il lavoro. lume ha viaggiato molto prima di raggiungere la sua destinazione finale. Negli anni l’abbiamo visto trasformarsi e adeguarsi a ciò che volevamo comunicare davvero. Il concept si è sviluppato dalla nostra crescita, dalle nostre esperienze di vita. Di ogni brano presente nel disco ne esistono almeno dieci versioni diverse.
Il vostro primo album arriva nel 2026, in un momento in cui la musica sembra essere sempre più orientata alla brevità e alla fruizione immediata. Che valore ha per voi, invece, costruire musica che chiede tempo?
Alessia: Noi siamo stati estremamente lenti nella costruzione di questo disco e non ci ha mai pesato troppo. Non ci importa di quanto sia immediata la fruizione della musica che facciamo: è una musica emotiva e le emozioni richiedono tempo per essere elaborate e assimilate. In un mondo che va così veloce è necessario creare degli spazi dove, per un attimo, tutto si ferma.
Giuseppe: non ci interessa la fruibilità, nel senso di non voler rendere a tutti i costi immediato quello che facciamo. Anche per questo, forse, l’album non ha molte tracce. Facendo questo, dal lato della produzione, sapevo e mi andava bene l’idea che potesse diventare un ascolto impegnativo, perché fa parte dell’essenza del lavoro che abbiamo fatto.
C’è una forte dimensione spaziale nei vostri brani: riverberi, dilatazioni, sospensioni. Quando componete, pensate alla musica anche come a uno spazio immaginario nel quale l’ascoltatore possa entrare? E se doveste descriverlo, che spazio sarebbe?
Giuseppe: Bellissima domanda. Per me risulta difficile immaginare un luogo immediato durante la produzione musicale: è come se arrivasse dopo, in un certo senso. Quando lavoro alla musica ambient non riesco a creare un immaginario specifico, immagino una sensazione, quello che vivevo nel momento. L’intro l’ho scritta di notte, mentre fuori aveva iniziato a nevicare. Per me rappresenta, a differenza degli altri lavori degli scorsi anni, un flusso che non avevo mai raggiunto prima, creando attorno a me un immaginario magico.
Alessia: Io, invece, quando ho sentito l’intro realizzata da Giuseppe, sono riuscita ad immaginare l’ingresso al nostro disco, come se stessimo venendo accompagnati nel nostro mondo, mano nella mano con qualcuno che conosce bene quel luogo. Io, quando scrivo, non immagino luoghi fittizi, perché tutto ciò che scrivo viene da esperienze che ho realmente vissuto in prima persona. Quindi forse spetta all’ascoltatore dirci dove si trova nel momento in cui è in ascolto. Non vogliamo dettare dove debba trovarsi e come debba sentirsi chi ci ascolta.
Giuseppe: L’outro, forse, è un brano che ha più un luogo, un momento di pace con quell’elemento distruttivo, con la texture registrata dal field recorder in un bosco, riportando tutto a terra, sentendo i rumori del mondo.
La vostra storia nasce dalla distanza, ma la musica vive necessariamente nell’incontro con gli altri. Anche per questo sarete a SHOEGAZA, una manifestazione in cui la dimensione musicale si intreccia con il sostegno alla popolazione palestinese. Che cosa significa per voi portare un progetto nato online dentro uno spazio fisico e collettivo, e quanto è importante che la musica possa diventare anche un luogo di solidarietà?
Fare musica dal vivo è una forte necessità e una cosa per la quale abbiamo lavorato a lungo. Si chiude un cerchio, ma forse in realtà è solo una porta che si apre, una tappa di un viaggio. Shoegaza sarà la nostra data di rodaggio, un palco importante che non solo offre alle persone la possibilità di ascoltare una musica dalla forte carica emotiva, ma offre anche degli aiuti e dei supporti reali per le persone palestinesi. Noi non abbiamo il potere effettivo di controllare cose così grandi nel mondo, ma la cosa più importante resta la comunicazione: parlare con le persone, farle ragionare e parlare di un tema. Creiamo un passaparola. Non deve arrivare ad altri che già la pensano come noi: bisogna insistere con chi non la vede allo stesso modo.
SHOEGAZA VOL. 3 vi aspetta all’Arci Bellezza di Milano venerdì 23 ottobre 2026 alle 20:30. Il ricavato della serata, al netto delle spese vive, sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, l’organizzazione internazionale che continua a garantire assistenza sanitaria alla popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania, nonostante le gravissime restrizioni imposte agli operatori umanitari.
Prenotazioni consigliate su DICE.
Ingresso riservato ai soci Arci