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SPECIALE SHOEGAZA #3: LEAVING VENICE
SPECIALE SHOEGAZA #3: LEAVING VENICE

INTERVISTE

SPECIALE SHOEGAZA #3: LEAVING VENICE

In vista dell’appuntamento il prossimo 23 ottobre all’Arci Bellezza di Milano con la terza edizione del festival italogaze a supporto della popolazione palestinese, incontriamo le band che saliranno sul palco. Oggi è il turno dei Leaving Venice.

In un mondo veloce, performante e iperconnesso, lo shoegaze ci ricorda – tra le altre cose – che abbiamo il permesso di fermarci, di dilatarci, di piegarci di tanto in tanto in noi stessi (senza per questo perdere il contatto con la realtà e con quello che ci succede intorno) e persino di mostrarci fragili. In altre parole, abbiamo il permesso di “sentire”. È questo che sembrano suggerirci i Leaving Venice, un progetto nato nel 2024 dall’incontro di quattro musicisti provenienti da diversi progetti della scena indipendente tra Piacenza e Modena: Sara (voce e chitarra), Nicolò (chitarra), Tommaso (basso), Federico (batteria). Il loro è un linguaggio sonoro profondamente emotivo, sospeso tra dream-pop e tensioni alt-rock, fatto di chitarre riverberate, trame eteree e favolose alternanze tra rarefazioni e deflagrazioni. Dopo i singoli Zebra e Heaven’s Bright, il percorso della band trova compimento nel debut album Price of Caring. Li abbiamo intervistati per farci raccontare qualcosa di più della loro visione.

Il vostro progetto nasce dall’incontro di esperienze musicali differenti, ma sembra avere un’identità molto coesa. Quanto è stato naturale per voi trovarla e quanto, invece, è stato frutto di una scelta consapevole, di una direzione deliberata?

I nostri ascolti attuali si allineano, ma non si limitano al dream-pop, al post punk e allo shoegaze; se andiamo più indietro nel tempo, arriviamo da contesti e ascolti diversi che si percepiscono in modo più o meno spiccato nel sound dell’album. Sara è cresciuta coi vinili metal e prog del padre e arriva da un progetto post grunge, Tommaso e Nicolò vengono da un progetto crossover e da sonorità più pesanti di quelle di adesso. Nel disco ci sono le batterie di Diego che viene dal jazz, mentre ora alle pelli c’è Fede che ha influenze più vicine all’alternative rock/metal e post grunge. Per quanto riguarda il nostro sound, non abbiamo deciso nulla. Sapevamo più o meno la direzione che volevamo prendesse l’album ma non è stata una cosa forzata. È venuto tutto molto naturale già dalla prima prova in saletta e il processo creativo è diventato man mano sempre più spontaneo.

Quando ascolto band come la vostra, che riescono a coniugare così bene un suono fortemente atmosferico senza rinunciare all’impatto, mi chiedo sempre quanto sia naturale o invece studiato e calibrato l’equilibrio tra una dimensione fortemente emotiva e la “fisicità”, la tensione del suono?

Anche in questo caso, la realizzazione di pezzi che alternano l’intimità delle strofe e la botta dei ritornelli è venuta piuttosto naturale. Volevamo suonare pezzi che ci consentissero sia di dare spazio alla malinconia che di sfogarci un po’ di più nei rit, soprattutto live. Oltre a questo, nei testi c’è anche tanta rabbia insieme a sentimenti più morbidi, di conseguenza è stato spontaneo anche a livello di scrittura strutturarli così.

Il termine “dreamgaze” descrive una certa estetica, ma nel vostro caso sembra esprimere soprattutto un’idea di profondità nell’approccio stilistico. Che cosa cercate di far accadere dentro una canzone, affinché vi rispecchi?

Nei nostri pezzi, cerchiamo sempre di includere sia momenti più evocativi e nostalgici, sia quelli più impattanti. Questo non solo a livello puramente di sound, ma anche per dare spazio a tutti e quattro di esprimersi, dato che ogni persona ha la propria sensibilità e il proprio modo di sfogarsi o di rendersi visibile tramite il proprio strumento e ruolo nel gruppo. Come dici tu, questo porta ad una profondità di fondo che anche se espressa senza seguire le regole stilistiche del genere, ci accomuna ad altri progetti che rientrano nel dream pop e nello shoegaze. Oltre ovviamente a guardarsi i piedi mentre si suona e a non incrociare lo sguardo del pubblico neanche per sbaglio hahah.

La sensibilità e la vulnerabilità sono al centro di Price of Caring. Quanto è importante per voi raccontare attraverso la musica anche le parti più fragili dell’esperienza personale?

È importante tanto quanto inevitabile. Soprattutto per Sara, che scrive tutti i testi, la musica è sempre stato un modo di raccontarsi e di esorcizzare dolori e ferite del passato, quando parlarne normalmente era impossibile. Questo si sente molto bene in tutti i pezzi, ma in particolar modo nella title track che riassume tutto il senso del disco.

L’album sembra muoversi attorno a una domanda: quanto possiamo permetterci di “sentire” in un’epoca che ci spinge continuamente a proteggerci dall’altro, dall’esterno? È questo, in fondo, il conflitto da cui nasce Price of Caring?

Assolutamente si. Tutti sappiamo che ognuno di noi soffre, spesso in silenzio, ma non sempre ci sentiamo liberi di mostrarci all’altro. Questo muro non fa che peggiorare certi stati d’animo; dall’altro lato ci protegge. Nonostante oggi si parli di più di emozioni e di salute mentale, stiamo vivendo un momento di profonda disconnessione da noi stessi, soprattutto se si parla della nostra generazione. Abbiamo infiniti modi per distrarci da quello che sentiamo ed è in parte a causa di ciò che dici, cioè dell’impressione di dover essere sempre funzionanti e di stare al passo con la velocità e la forza di ciò che ci circonda. Così si crea una situazione di squilibrio: il volersi proteggere per non farsi vedere vulnerabili alternato alla volontà di scoprirsi e farsi attraversare dalle emozioni, insieme alle persone che ci circondano. Entrambe le cose hanno un prezzo; l’album si concentra di più sulla prima.

Ascoltando Sara cantare dal vivo, ho avuto come dei lampi che mi riportavano agli anni ’90, alla mia adolescenza, in certi momenti persino a una malinconia che per qualche motivo mi rimandava a certe timbriche di Dolores O’Riordan. Quali sono le vostre principali influenze, di ieri e di oggi?

Questa suggestione non ha toccato solo te, ma ci è stato detto più volte che abbiamo elementi anni ’90 abbastanza pronunciati, tra cui la somiglianza timbrica tra Sara e Dolores (complimento esagerato!). I gruppi che ascoltiamo di più sono, tra tanti, Beach House, Alvvays, Cocteau Twins, Men I Trust se parliamo di dream pop, all’emo/post-hardcore di Basement, Turnover, Title Fight, allo shoegaze dei DIIV, Slowdive, My Bloody Valentine, Nothing. Quindi diremmo un buon mix tra ieri e oggi.

Cosa avete imparato oggi sul vostro modo di scrivere che all’inizio non sapevate ancora?

Stiamo imparando sempre di più a fidarci delle idee e intuizioni l’uno dell’altro. All’inizio tendevamo più a basarci su gusti personali e ad andare in qualche modo a influenzare ciò che faceva l’altro, o comunque a sentirci meno coesi. Oggi, pensiamo più al brano nel suo insieme, a ciò che funziona e che potrebbe renderlo speciale.

Sarete sul palco di SHOEGAZA, una manifestazione in cui la musica diventa anche occasione di sostegno alla popolazione palestinese e di protesta contro il genocidio. Che rapporto volete avere, come band, con ciò che accade fuori dalla musica? E quanto pensate che oggi un artista possa – o debba – assumersi una responsabilità anche oltre il proprio lavoro?

Quando ci si trova ad avere un minimo di visibilità, anche poca come nel caso di una band indipendente come noi, pensiamo che subentri anche la responsabilità di scegliere da che parte stare. Non per forza rendendola il fulcro della propria creatività e espressività, ma comunque schierandosi dalla parte giusta di un evento storico. Perché sì, esiste la parte giusta, aldilà delle opinioni personali o degli orientamenti politici. E oggi, questo schierarsi si realizza anche tramite la partecipazione ad eventi come SHOEGAZA. Siamo felici e onorati di partecipare e di sostenere questa causa, anche se allo stesso tempo preferiremmo che questa serata, per ovvi motivi, non avesse ragione di esistere.

SHOEGAZA VOL. 3 vi aspetta all’Arci Bellezza di Milano venerdì 23 ottobre 2026 alle 20:30. Il ricavato della serata, al netto delle spese vive, sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, l’organizzazione internazionale che continua a garantire assistenza sanitaria alla popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania, nonostante le gravissime restrizioni imposte agli operatori umanitari.

Prenotazioni consigliate su DICE.

Ingresso riservato ai soci Arci

Credit photo: Riccardo Garenna

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