Connect with us

Hi, what are you looking for?

TAME IMPALA a Torino - Il report
TAME IMPALA a Torino - Il report

Live

TAME IMPALA a Torino – Il report

Dalla fermata del tram numero 4 scende un gruppo di ventenni prevalentemente avvolti in giubbotti di pelle e renna. Portano con sé un piacevole retrogusto flower power adattato al nuovo millennio. La loro meta? L’Inalpi Arena. Tame Impala infatti ha saltato Milano, ha snobbato Roma e ha scelto Torino e Bologna. Già per questo meriterebbe una standing ovation. Perché si sa, il campanilismo è sempre dietro l’angolo. All’esterno della struttura, a sorpresa, i furgoni dei paninari sparano i suoi dischi a tutto volume con l’eccezione quasi poetica di un unico irriducibile che diffonde le note di Sal Da Vinci. L’atmosfera è rilassata. Piccola coda ai bagni e poi la ricerca dei posti a sedere.

Alle ventuno e dieci il rituale ha inizio e il pubblico cade immediatamente in uno stato di delirio collettivo. L’estetica è curatissima: i due giganteschi videowall posti di lato ripropongono le immagini del palco in formato Instagram story (non un caso), ma con una qualità cinematografica strepitosa. Una steadycam segue la band in tempo reale, conferendo alle riprese un feeling live, sporco e vibrante. Kevin Parker appare come l’anti-rockstar per eccellenza: polo a righe, scarpe da ginnastica bianche e capelli meno lunghi di quanto l’iconografia psichedelica imporrebbe. Eppure il comando che esercita sullo spazio è assoluto. Sopra di lui, una struttura mobile gestita da carrucole muta forma incessantemente, incendiandosi con laser, strobo e neon multicolore squisitamente anni settanta. Il light design è impeccabile, davvero spettacolare. Sulla pedana circolare, cinque musicisti, synth modulari, diavolerie varie e due batterie che recitano sulle rispettive grancasse le parole Dead e Beat. Il suono è avvolgente e lisergico, con picchi in cui le sub-basse ultra distorte fanno tremare lo stomaco e trasfromano l’arena nel set di 2001: Odissea nello spazio. Nemmeno un piccolo inconveniente tecnico, che stoppa la musica di colpo poco dopo l’inizio, rompe l’incantesimo; anzi, gli applausi di incoraggiamento cementano ulteriormente il legame.

Si entra nel vivo. Elephant viaggia come un carrarmato, Feels Like We Only Go Backwards viene accolta da un boato sovrumano, così come Dracula, che tinge il palazzetto di rosso fuoco. Poi l’architettura del concerto si frammenta: mentre la band improvvisa, Parker scende dal palco seguito dalla regia mobile. Sembra di assistere a un documentario in diretta: entra nel backstage, cammina a lungo e si infila in bagno. Poi lo vediamo lavarsi le mani e riemergere a sorpresa su una piccola pedana posta davanti al mixer. Con quattro lampade vintage, un tappeto, due synth e una drum machine, si trasforma in bedroom rocker, portando idealmente la sua intimità musicale domestica davanti a migliaia di persone. Si sdraia a terra, appoggia la testa su un cuscino e, in questa dimensione raccolta, esegue il trittico elettronico No Reply, Ethereal Connection e Not My World.

Il ritorno sullo stage principale è segnato dai pad celestiali che introducono Let It Happen. È il delirio. La partecipazione è tale che l’artista chiede di accendere le luci sul pubblico, quasi a voler guardare negli occhi questa massa vibrante. Ringrazia e poi incalza: «Don’t be afraid to get what you need». Una rivendicazione di felicità immediata. A seguire, messa da parte la chitarra, lascia che sia la sua voce a guidare il coro oceanico di Eventually che introduce alla sezione finale. Un’esplosione sensoriale, con End of the Summer a trasformare l’arena in un rave collettivo: effetti laser, urla e coriandoli che saturano l’aria. È in questo caos che si comprende la vera portata dell’operazione Tame Impala. Ciò che affascina non è una semplice mescolanza di generi, ma una fusione ideale che rifiuta la logica dell’ibrido: l’universo rock e quello elettronico restano stilisticamente integri e distinti, eppure convivono in un unico linguaggio. Vedere il pubblico assimilare con la stessa naturalezza il riffing acido e la cassa dritta è la prova che il modo di percepire la musica delle nuove generazioni è davvero cambiato. È il frutto di un percorso che sembra aver abbattuto le barriere per lasciare spazio solo alla pura energia. Un tempo sarebbe stato impensabile; oggi è la realtà di uno spettacolo totale. 




Gianluca Servetti

Condividi

You May Also Like

Copyright © Edizioni Rockerilla P. IVA: 01584260093