22 ottobre 2024 – Live Report
Cominciamo dalla fine, o quasi: quante volte abbiamo visto un crowd surfing ai concerti rock? Tante, probabilmente. Scenette per lo più improvvisate da spettatori un po’ mitomani e – diciamocelo – con davvero troppa fiducia nell’umanità.
Ma quando a librarsi sulla folla è l’artista che si lancia dal palco, e tu sei tuo malgrado nella traiettoria esatta, e sì, viene esattamente nella tua direzione, accompagnata da un’onda umana di braccia che la sorreggono, e devi mollare in fretta e furia il maledetto telefono perché sai che tra poco atterrerà esattamente su di te, e tu dovrai contribuire a sostenerla, e, senza neanche sapere esattamente come, adesso nella bolgia ci sono anche le tue di braccia, prontissime ad accoglierla, e te la ritrovi letteralmente tra le mani, coi vestiti scomposti, il sudore che gronda, il trucco sciolto e un sorriso smagliante, ecco, quella è una cosa che da sola potrebbe valere tutto il concerto.

La perfetta declinazione corporea di un’esperienza emotiva: il report del live di St. Vincent a Milano non può che partire da questo, perché Annie Clark è bravissima a dosare talento e mestiere col suo lato selvaggio; abilissima a far sembrare spontaneo e autentico uno show che è studiato nei minimi dettagli (crow surfing incluso): uno spettacolo progettato per essere tecnico e cerebrale, ma con una fortissima componente fisica. Come quando mima un rapporto sessuale col chitarrista, o s’inginocchia adorante davanti alla bassista, o le morde il collo come un vampiro (o una pulce? Il brano d’altronde si chiama Flea), o quando sputa sul pubblico con eleganza inaudita, salvo poi stringere mani, dispensare sorrisi, mandare baci e farsi accogliere in un gigantesco abbraccio collettivo.
St. Vincent è un genio, probabilmente uno dei talenti più fulgidi del pop-rock contemporaneo: tecnicamente immensa, eppure umanissima; teatrale ma mai algida (come ad esempio PJ Harvey, grande maestra di maschere, ma pur sempre contornata da un alone di incalcolabile distanza ultraterrena); St. Vincent è bionica ma è anche una di noi, o almeno così riesce a farci credere. Come quando stecca leggermente su Candy Darling e scoppia a ridere di gusto, perché tanto sa di essere stata semplicemente impeccabile su tutto il resto. O come quando si presenta in t-shirt sull’encore (Somebody Like Me), ed è davvero come se fosse uscita un attimo prima dalla sua cameretta per regalarci un’ultima canzone prima di andare a dormire.

Il live al Fabrique, almeno sulla carta, non doveva presentare grosse sorprese: scaletta pressoché identica alle precedenti, 19 brani + 1 bis, ritardo canonico di almeno 20 minuti (qui sono stati 30), surf sulla folla programmato sul brano New York. Eppure la sorpresa c’è, ed è lei: ancora più magnetica di come la ricordassimo, ancora più spregiudicata, sensuale e ironica (Sweetest Fruit), ancora più profonda e intensa (Reckless, Hell Is Near), ancora più folle e furiosa (Broken Man), ancora più padrona assoluta della scena. Un’artista straordinaria che sul palco ci incanta e ci ipnotizza con la sua audacia brutale, che è una forma purissima di bellezza.
Testi: Valentina Zona / Foto: Roberto Finizio
Setlist
- Reckless
- Fear the Future
- Los Ageless
- Big Time Nothing
- Marrow
- Dilettante
- Pay Your Way in Pain
- Violent Times
- Digital Witness
- Sweetest Fruit
- Flea
- Cheerleader
- Broken Man
- Birth in Reverse
- Hell Is Near
- Candy Darling
- New York
- Sugarboy
- All Born Screaming
Encore:
- Somebody Like Me












