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SHAME al Monitor Festival – il report

10 Luglio 2025, Torino.
C’era molta attesa per la prima serata al Monitor Festival di Torino nella bella e funzionale location open estiva dello Spazio 211. Organizzazione perfetta ed una qualità del suono ottima. La serata musicale ha presentato una sequenza di proposte sonore volutamente variegate. Il programma iniziale ha offerto le performance di Cherry Pies, Rich(ard) Dawson e Luvcat, artisti che hanno contribuito efficacemente a scaldare l’atmosfera. Intorno alle 23:00, in un contesto suggestivo illuminato dalla luna piena e caratterizzato da un’energia positiva diffusa, la scena è stata preparata per l’ingresso degli Shame, il quintetto post-punk proveniente dal sud di Londra, la cui apparizione è stata preceduta dalle note iconiche di Baba O’Riley degli Who.

Saluti di rito e un sincero ringraziamento all’amata città ma basta poco per accendere la fiamma tra il pubblico. Sul palco il frontman Charlie Steen, con indosso giacca nera, un collare da prete e le classiche bretelle su petto nudo, si muove in assoluta comfort zone, mentre il bassista Josh Finerty comincia a guardarsi in giro, in attesa più tardi di lanciarsi in ripetute routine acrobatiche sull’esteso spazio a sua disposizione quasi fosse Angus Young. Non ci vuole molto prima che i cinque inizino a scatenarsi nelle loro volate a destra e a sinistra, ispirati dalla contagiosa spettacolarità del frontman vocalist. L’apertura frontale affidata a Tasteless definisce l’atmosfera di stasera, con un mix di materiale vecchio e nuovo. A seguire l’esplosiva Concrete suona deragliante con riff di chitarra aspri e acidi montati freneticamente su ritmi di batteria travolgenti. Considerando la prossima uscita del loro quarto album Cutthroat (atteso per metà settembre) la band prova a testare il nuovo materiale (decisamente più sanguigno e diretto del passato) ed il contenuto sembra suonare già davvero familiare a giudicare dalla convinta risposta dei fans, con corpi che si agitano all’unisono.

Saranno alla fine cinque i pezzi estratti dal nuovo disco, con menzione d’onore per Quiet life e la title track. E’ impressionante vedere quando Sheene appaia a suo agio e durante Six Pack, decide di infiammare la folla tuffandosi tra le prime file trasportato tra gli astanti, senza perdere una parola mentre si libra sopra il caos. La scaletta attraversava la loro discografia, da Songs of praise (2018) attraverso Drunk tank pink (2021) sino a Food for worms (2023), con tracce che si trasformano in qualcosa di sempre più indisciplinato ed euforico, assumendo ciascuna nuove e potenti dimensioni. Adderall, Fingers of steel e Snowday seguono rapidamente con altrettanta disinvoltura, cogliendo gli Shame nelle loro tonalità più devianti e rallentate, dove un cupo strisciare dei bassi, chitarre ipnotiche e un rabbioso rullare di tamburi, emergono imperiosi dall’ombra. In piedi sul bordo del palcoscenico, dirigendo gli astanti con i gesti delle braccia, a poco a poco Sheene ha tutto lo sciame dalla sua parte.

Il fervore frenetico si placa ancora mentre recita la sordida storia d’amore narrata in Angie con la sua profonda voce baritonale. Mancano pochi minuti a mezzanotte e l’arrivo delle note anthemiche e stellari di One rizla, esalta tutti gli spazi circostanti con il vocalist che ancora una volta decide di salire sugli spettatori delle prime file scatenando altri istanti di caos del miglior tipo. La serata si conclude con l’interpretazione trionfale di Cutthroath, la feroce title track del nuovo lp. Chiamatelo semplice piacere del rock ma al momento gli Shame, gloriosamente caotici e disordinati, magneticamente ipnotici e dinamici, sono uno dei più appaganti live in circolazione.


GIANCARLO COSTAMAGNA

Foto di LORIS BRUNELLO

Bonus: Rich(ard) Dawson e Luvcat

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