30/10/26
OKLOU / ROBYN / ARCA
Il secondo atteso appuntamento con C2C festival ci porta questa sera al Lingotto fiere, con un allestimento complessivo decisamente migliorato sotto ogni punto di vista rispetto alle passate edizioni (luci, punti ristoro, zone relax ed una facilità di movimento negli spazi immensi). Arrivo poco dopo le 21, giusto in tempo per catturare tre set di fila, e un solo tema che li attraversa: che cosa definisce oggi una canzone electro/pop. Oklou la lascia evaporare con qualità sublime, Robyn la restituisce al pubblico in un orgasmico gioco di pulsioni, Arca la mette sotto sforzo fino a decostruirla e a renderla irriconoscibile.
Oklou: la luce filtra
Marylou Mayniel arriva come un angelo: si muove a tratti docilmente, a tratti con entusiasmo partecipato, si dondola sull’altalena e per un po’ resta solo un profilo contro lo schermo sul fondale. Intorno, le immagini animate battono all’unisono con la voce, i flash stroboscopici scattano e si ritirano come memorie che non tengono, mentre sul sipario scorrono figure in bianco e nero. Quando la chitarra elettrica entra in scena, i laser attraversano la sala e il pubblico risponde con un sussulto. È una musica che vive a metà strada tra emozione umana e costruzione digitale, e dal vivo quella distanza sfuma: le vibrazioni arrivano, esplodendo nella grana dei suoni, e i brani estratti dal suo sublime Choke Enough si dispiegano con naturalezza.

Il set accende i corpi. Underscores sale sul palco insieme a lei per “Harvest Sky” e la sala cambia temperatura: sembra che debba crollare tutto; “Fall”, firmata con A. G. Cook, brilla di spigoli netti; poi il ritorno alla chitarra, seduta, per “Want to wanna come back” e “Blade bird”, prima di chiudere sulle note incantate di “Choke Enough”, con una reprise di “ict”.

(In foto: Underscores)
Alla fine, resta la sensazione di un concerto costruito per ammaliare: pochi gesti, scelti con precisione, e una presenza che carezza con calore e magia. La delicatezza, quando è calibrata così bene, diventa una forma di forza.
Robyn: l’europop futurista
Parto con una riserva: Sexistential non mi è piaciuto affatto e i battiti dei brani più recenti mi lasciano, onestamente, indifferente. Non è andata così dal vivo, o almeno non del tutto. Robyn entra vestita di rosso scarlatto — abito di pelle aderente e calze rosa — e nel corso della serata cambia d’abito più di una volta, con una regia da teatro. Apre con “Blow My Mind” e “Fembot” e poi tiene il palco acceso per un lungo tratto, un brano dopo l’altro. Il resto della scaletta mescola il nuovo (“Really Real”, “Sucker for love”, “Dopamine”) e la memoria, che pesa per circa metà: “Hang With Me”, ancora “Fembot”, e “Don’t Fucking Tell Me What To Do”, la mia preferita, sotto luci che pulsano e fremono.

A un certo punto sul palco, a sorpresa, compare Yung Lean e insieme regalano emozioni aggiuntive. Poi parte “Dancing on My Own” e il concerto cambia natura. Tutti cantano, e io cerco qualcuno che non lo faccia senza trovarlo. È una canzone sulla solitudine in mezzo alla folla che, cantata in quel modo da migliaia di persone, diventa il suo contrario: stare insieme, riconoscersi. Nel finale scende una pioggia di glitter a colorare magneticamente il suo corpo. Un commiato elettrizzante.

Arca: la diva in corto circuito
Con un abito lungo di pelle nera addosso, Arca porta il pubblico dentro le zone d’ombra del palco, spazi pensati per mostrare un’artista dalle molte facce. La scommessa è tenere insieme due cose che di solito si respingono: costruire musica d’avanguardia in tempo reale e farlo con l’aura di una popstar. Dà il meglio quando recita la diva fuori controllo, e la tecnologia le serve a incrinare l’immagine stessa della popstar. La voce si distorce, si ripete, si spezza come quella di una macchina che prova a imitare un sentimento. Si muove, sperimenta molto, ma la musica rasenta talvolta una disturbante freddezza clinica.
Eppure Arca cerca la bellezza in spazi infiniti e la sua diva non è mai composta: si rotola nel disordine, rovescia gli stereotipi, scarica rumori con furia devota. L’ansia sale a ondate e lei prosegue senza freni, padrona di un circo di sua invenzione. Per un po’ è ipnosi, in altri momenti sbandamento senza via d’uscita, e a volte pura sregolatezza. Sembra quasi che aspettare il crollo emotivo della star, quel momento in cui la maschera potrebbe cedere, sia parte dello spettacolo: un intrattenimento a suo modo torbido e diabolico.

In chiusura
Tre vie diverse per esplorare il pop: l’intimità, la partecipazione, l’eccesso.
Giancarlo Costamagna
Foto di Loris Brunello