Sotto le mura illuminate del castello di Corigliano, si apre una serata intrisa di storia e resistenza. “Il castello è il quadro, non la cornice”, mi suggerisce Cesare Liaci, mente del Sei Festival, che ancora una volta ha messo insieme un cartellone capace di unire memoria e presente. Ma la cornice, bisogna dirlo, è splendida: pietra antica e torri che osservano un sotto-palco gremito di magliette che da sole raccontano il pubblico: Husker Dü, CCCP, Fugazi. E poi un curioso individuo che, anche in fila al bar, saltella tarantolato con un cappellino DYO di Leo Pari in testa. Una bandiera palestinese sventola, discreta ma visibile. A vent’anni dall’uscita di Socialismo tascabile, gli Offlaga Disco Pax riportano sul palco un racconto musicale che è insieme archivio privato e documento collettivo. Nati nella Reggio Emilia post-CCCP, con un il loro approccio che mescola spoken word, elettronica e chitarre essenziali, Max Collini, Daniele Carretti e l’indimenticato Enrico Fontanelli hanno costruito un canzoniere in cui la storia personale si intreccia con la politica, il costume e i tic di un’Italia in transizione. Oggi, dopo la perdita di Fontanelli e un silenzio discografico che ha rafforzato il loro culto, il tour celebrativo (che vede aggiungersi l’ottimo Mattia Ferrarini) diventa un rito di riconoscimento reciproco con un pubblico che li ha seguiti, amati e memorizzati verso per verso. Si parla a una generazione che ha già ascoltato, ma qua e là spunta anche qualche under trenta curioso. Uno mi si avvicina e, timido, chiede se sappia chi sia il gruppo citato in Tono metallico standard. Sorrido: è già caduto dentro quella trappola affettuosa fatta di nomi, date e ricordi che sembrano personali ma che in realtà appartengono a un archivio collettivo. Collini è in forma e sinceramente sorpreso: “Sapere che siete qui e avete pagato un biglietto, quando a cinque chilometri c’era Capossela gratis in piazza, mi commuove”. C’è ironia, ma anche un fondo di verità: il loro è un rapporto di fiducia reciproca con il pubblico, cementato in quelle storie raccontate in maniera precisa e vivida. La scaletta pesca a piene mani dal loro esordio, ma non solo: Kappler, Cinnamon, Sensibile – che riapre ogni volta con lucidità la ferita della strage di Bologna – e De Fonseca, storia minima di un amore finito, teneramente introdotta con una pantofola in mano. Su Dove ho messo la Golf? Collini racconta che la vigilessa Morgana, poi un giorno l’ha incontrata davvero. E’ successo dieci anni dopo, alla stazione dei vigili: quel pezzo era diventato la sua maledizione. In chiusura Robespierre: “La nostra Smells Like Teen Spirit… O come cavolo si dice”, commenta, con quell’ironia sospesa tra understatement e consapevolezza del proprio ruolo. Insomma, c’è l’infanzia, c’è l’adolescenza, ci sono immagini di un Paese che è cambiato troppo in fretta che riaffiorano senza chiedere permesso. Cassetti della memoria che il gruppo svuota sul pubblico, perché ognuno possa ritrovare qualcosa di sé. E quando si spengono le luci, resta quella strana sensazione che accompagna chi ha appena rivisto delle vecchie fotografie: un misto di dolcezza e malinconia, la consapevolezza che il tempo passa e affiora l’urgenza di custodire ciò che vale la pena ricordare. E forse è proprio questo il segreto della band: trasformare il ricordo in atto politico e il concerto in un luogo dove la memoria non è mai solo nostalgia, ma resistenza viva.
ph Francesca Sara Cauli
Offlaga Disco Pax
9 agosto 2025
SEI Festival – Corigliano d’Otranto (LE)