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Melodie e ricerca: The Seeds Of Love, l’ambizione dei TEARS FOR FEARS
Melodie e ricerca: The Seeds Of Love, l’ambizione dei TEARS FOR FEARS

Musica

Melodie e ricerca: The Seeds Of Love, l’ambizione dei TEARS FOR FEARS

di Gabriele Merlini

“I nuovi sintetizzatori compatti” riporta Simon Reynolds in Futuromania, “erano come un’orchestra in scatola” e perciò cosa farsene di una band completa? Ne consegue quanto, da un momento all’altro (siamo nella seconda metà degli Ottanta) il pop si sia riempito di coppie di musicisti con ruoli distinti. “Un compositore/addetto alla tecnologia ed un cantante/paroliere. Eurythmics, Yazoo, Blancmange, Pet Shop Boys” e tanti altri. La struttura classica del gruppo rock sostituita da due persone frequentemente dello stesso sesso tranne rari casi in cui la scelta sarebbe ricaduta sulla combinazione, ancora testuale, “diva e cervellone.” Una seconda fase, per questa faccenda definita synthpop, nella quale i suoni assunsero una rinnovata e ben solida speranza e fede nel futuro, differentemente dall’era precedente più improntata a un’apparenza disumanizzante e alla cupezza. All’alienazione urbana, alle paure di una cittadinanza vessata e irrealizzata e all’inquietudine. (L’inizio del decennio con Cabaret Voltaire, Throbbing Gristle e Gary Numan.) Approccio diverso che avrebbe coinvolto anche le liriche – meno ballardiane e speranzose per il domani – lasciando intatta la ballabilità e la facilità di ascolto. Ed è proprio in questo trambusto che finisce in scaffale un album intitolato The Seeds Of Love. Ad inciderlo, un duo che stava provando a gestire un successo colossale – il precedente Songs from the Big Chairdel 1985, capace di numeri stupefacenti – e dunque dalle elevate aspettative. La suggestione di fondere assieme più generi, coinvolgere tra i più quotati musicisti del circuito e sperimentare. I membri si chiamano Curt Smith e Roland Orzabal. La sigla: Tears for Fears.  

Esiste una scuola di pensiero che azzarda un paragone delicatissimo ovvero i punti di forza di ciò che venne definito synthpop – Orchestral Manoeuvres in the Dark, The Human Leaguee altri – seppure tra le differenze interne sarebbero stati gli stessi a rendere, dieci o venti anni prima, immortali i Beatles e i complessi della Motown: ad occhio, le melodie e le emozioni. Ed in effetti serve ammettere come, mettendosi nel 2026 all’ascolto di alcune tra le composizioni di The Seeds Of Love (adesso che esce una versione 2 LP deluxe con cover alternativa e b-sides e demo e registrazioni rare) la particolarità dell’assoluta musicalità salta alle orecchie. Linearità e immediatezza nonostante il progetto non sia stato facile da imbastire e, scrivono gli annalisti, per terminarlo servì un bel po’ di tempo: quattro produttori ad alternarsi, all’incirca un milione di sterline e la ricerca di una serie di collaborazioni prestigiose. La cantante e pianista Oleta Adams – monumento del soul e del gospel – e il batterista Manu Katché (già con Pink Floyd e Dire Straits, Joni Mitchell e Sting, Satriani e Garbarek), Phil Collins e Jon Hassell, tutti riuniti con il fine ultimo di rendere ogni traccia riconoscibile. A posteriori, missione compiuta.

Poiché, anche molto tempo dopo la pubblicazione, il terzo lavoro dei Tears for Fears prosegue a vantare uno status quasi mitologico per la portata del progetto e l’ambizione realizzativa oltre che, di nuovo, per i numeri all’uscita risultando in grado di assestarsi alla prima posizione nelle UK Albums Chart. La certificazione di disco di Platino BPI e i posti meritevoli nella Billboard USA. L’impatto dei singoli estratti – Sowing the Seeds of Love, Woman in Chains, Advicefor the Young at Heart eBadman’s Song– e le confessioni di Orzabal che ricorda quanto “tra tutti i nostri lavori, probabilmente questo lo metterei al primo posto” specie per le capacità che ebbe di sorprendere chiunque incluso – a dimostrazione di un momento zeppo di progetti e con una forte concorrenza interna – quelli ai quali i Tears for Fears venivano spesso paragonati.

Un’occasione utile per tornare su tracce sia degnissime che esplicative di un mondo: la fusion di Standing On The Corner Of The Third World, la curiosa ricercatezza di Swords And Knives nella eterogeneità dei suoi sei minuti di durata, o la malinconia di Famous Last Words. Riesca o meno a convincere in tutte le parti che lo compongono,un lavoro pop maturo e meritevole di ripresa, specie in un panorama come il nostro tanto diverso e (tendenzialmente, o almeno per i grandi numeri) con forse meno slancio nel rimescolare tutto.  

TEARS FOR FEARS The Seeds of Love Special EditionUniversal Music

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