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MASSIMO ZAMBONI

La Macchia Mongolica 

Universal

La Macchia Mongolicanon è solo un disco, ma anche un libro (scritto a quattro mani con Caterina Zamboni Russia) e perfino un film-documentario diretto da Piergiorgio Casotti. Massimo Zamboni che, pleonastico ricordarlo, vanta lignaggi e blasoni nelle file di CCCP – Fedeli Alla Linea e C.S.I., pensa in grande quando si tratta di narrare il fascino di un paradiso d’Oriente quale la Mongolia, giocoforza legato al mito dell’eroe-sovrano Gengis Khān e alla magia delle sue steppe sterminate, ma non solo. Già ai tempi del suo primo soggiorno mongolo, che fece insieme alla moglie e a membri dei C.S.I. negli anni ‘90, Zamboni in quei luoghi vi riconobbe delle affinità e delle appartenenze ancestrali inesplicabili, meta di viaggi rivelazione e fonte d’ispirazione già per l’album con i C.S.I. Tabula Rasa Elettrificata(1997) ed oggi, dopo gli ultimi vagabondaggi in quelle terre remote, anche per il nuovo capitolo a suo nome La Macchia Mongolica. Il titolo riflette un insieme di circostanze curiose: sua figlia Caterina, nata 2 anni dopo quel primo viaggio folgorante, presentava sul corpo un piccolo livido, che svanirà nel tempo, denominato appunto macchia mongolica poiché comune fra i neonati di tale etnia. Quando compì 18 anni, come sollecitata dal richiamo di una favolosa terra avita, la ragazza volle visitare la Mongolia, riaccendendo nel Nostro il sogno di quella frontiera indimenticata. Un sogno che rivive nei 13 episodi, quasi tutti strumentali, di questo pellegrinaggio macinato sulle rotte di una musica della visione, una musica che si espande dalle sabbie del Gobi e i suoi cammelli selvatici alle cime vertiginose dei monti Altaj e altro ancora. “Paesaggi che diventano luoghi dello spirito” e baleni di un “altrove” cosmogonico che si riverberano sulle note come scenari di nature incontaminate e leggendarie, salutati dai riti danzanti di Sugli AltajShuHuuKhovd… Ma anche teatro di distanze titaniche e vasti territori desertici come quelli raccontati sulle strade polverose di Heavy Desert. Memorie di viaggio e risvegli mistici cullati dalla voce dei suoni, dove le corde nomadi di Zamboni annodano fraseggi ora lievi e delicati, ora epici e trascinanti, quando non in odore di trip psichedelico e di proiezione estatica, ma pur sempre attraversati da un fil rouge armonico (per non dire ontologico) avente a che fare con una forma di ricerca-trascendenza ineludibile. Un gamelan dai contorni sfaccettati che dispensa sapori arcaici, profumi speziati e incursioni space rock di forte suggestione, a cominciare dalle stratosfere elettriche della title-track. Squarci di culture millenarie e caleidoscopi di melodie per grandi orizzonti fatti roteare sulle tavolozze policrome di chitarre e tastiere, alchimie vibrazionali cui fanno eco le grammatiche tribali provenienti dalle pulsanti bassline di Cristiano Roversi e dal parco di percussioni assortite governate con estro da Simone Beneventi, a ridestare lo spirito della danza sciamanica nei culti antichi del sole e del fuoco. In alcuni frangenti qualiDjinnAltopiano RuotaMongolia internal’autore s’inabissa nelle camere oniriche della meditation music, forse ad evocare le metafisiche che sovrintendono agli equilibri dell’universo e dell’esistenza. Nondimeno si ascolti la lirica accorata di Lunghe d’Ombre, l’unica traccia in scaletta che adotta la forma canzone incontrando il respiro della ballata acustica e del canto rapito. Ed è così che, brano dopo brano, LaMacchia Mongolicadisegna un periplo di itinerari spirituali prima ancora che musicali, tappe di una rinascita interiore che si sublima nel fuoco della musica e dell’arte. Un atto di fede a tutti gli effetti. Aldo Chimenti

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