Laraaji apre il versante concertistico di Biennale Musica 2026 con Alignment: zither, kalimba, voce, natura elettronica e mezzo secolo di ricerca sul suono come stato della coscienza
A Child of Sound: perché Laraaji è quasi un manifesto vivente
Il 70° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, diretto da Caterina Barbieri si intitola A Child of Sound. La formula non è decorativa. Barbieri propone l’infanzia come metafora di un ascolto anteriore al giudizio: uno stato in cui il suono viene incontrato prima che intervengano le classificazioni, le aspettative di genere e l’automatismo culturale. Il suo testo curatoriale insiste su silenzio, apertura, vulnerabilità, gioco e capacità terapeutica dell’esperienza musicale.
In questo quadro Laraaji non è un ospite semplicemente prestigioso. È quasi una dimostrazione storica della tesi curatoriale. Da oltre mezzo secolo il musicista americano lavora infatti sul suono come pratica di attenzione: improvvisazione, ripetizione, risonanza, respirazione, vocalizzazione e meditazione non costituiscono elementi aggiunti alla musica, ma il modo stesso in cui la musica accade.

Chi è Laraaji: prima di Eno c’era già un linguaggio
Laraaji nasce Edward Larry Gordon a Philadelphia nel 1943 e cresce a Perth Amboy, nel New Jersey. Studia teoria musicale, pianoforte e composizione alla Howard University, dove arriva con una borsa di studio musicale. Trasferitosi a New York negli anni Sessanta, attraversa mondi che spesso vengono rimossi dalle biografie sintetiche: teatro, nightclub, recitazione e stand-up comedy. Parallelamente si avvicina allo yoga, alla meditazione e a diverse correnti del misticismo orientale.
La svolta strumentale nasce dall’incontro con l’autoharp e con la famiglia delle cetre. Gordon comincia a modificare questi strumenti, amplificandoli e trattandoli con elettronica ed effetti. La tecnica è immediatamente poco ortodossa: non soltanto pizzicare le corde, ma percuoterle, sfregarle, trasformare una superficie armonica in un oggetto insieme melodico e percussivo. Nel 1978 pubblica Celestial Vibration per la piccola etichetta SWN e suona per strada e nei parchi di New York, spesso seduto in posizione meditativa.
È qui che avviene l’episodio diventato leggenda: Brian Eno lo ascolta a Washington Square Park e lascia un messaggio nella custodia dello strumento, proponendogli di lavorare insieme. Due anni dopo esce Ambient 3: Day of Radiance. La storia è vera, ma raccontata male quando diventa la storia di un genio “scoperto” da Eno. Celestial Vibration precede l’incontro e, soprattutto, il cofanetto archivistico Segue to Infinity, pubblicato nel 2023 con registrazioni della stessa epoca, ha reso ancora più evidente quanto il vocabolario di Laraaji fosse già formato prima della collaborazione con il musicista inglese.
Una zither non è un sintetizzatore: anatomia del suono di Laraaji
La specificità di Laraaji parte dalla fisica dello strumento. Una corda metallica eccitata genera una fondamentale ma anche una densa serie di parziali; quando decine di corde accordate in rapporti consonanti vengono percosse o pizzicate rapidamente, la percezione non segue più soltanto singole altezze ma una nube di attacchi, battimenti, code di risonanza e interferenze. L’amplificazione e il delay allungano questa materia fino a trasformarla in ambiente. È uno dei motivi per cui Day of Radiance, pur appartenendo alla serie Ambient di Eno, è molto più ritmico e brillante degli altri capitoli: il suo primo lato ha un carattere quasi metallofonico, a tratti vicino all’impressione di un gamelan accelerato, mentre le Meditation del secondo lato distendono lo stesso materiale in strati più lenti.
La kalimba aggiunge un altro principio acustico: lamelle metalliche corte, attacchi netti, cicli ripetitivi e possibilità di costruire incastri poliritmici con pochissimi elementi. Nelle registrazioni giovanili poi recuperate in Segue to Infinity, le sequenze di kalimba mostrano già una sorprendente prossimità concettuale al minimalismo processuale, pur provenendo da una pratica spirituale e improvvisativa assai diversa. Pitchfork ha osservato come quelle figure possano evocare Steve Reich, ma il risultato di Laraaji resta più tattile e meno sistematico.
Questa distinzione è importante: Laraaji non compone per dimostrare un processo. Utilizza il processo per modificare lo stato percettivo. La struttura non vuole chiedere all’ascoltatore “come è costruito questo pezzo?”, ma “come cambia la mia attenzione mentre questo suono continua?”.

Alignment
Alignment è una prima assoluta del 2026. Zither elettro-acustica, kalimba, voce, sintetizzatore a tastiera, loop di suoni naturali e leggere tessiture percussive. La performance nasce da un approccio improvvisativo fondato sulla presenza meditativa e attraversa zone quiete e riflessive insieme a fasi di maggiore intensità. Laraaji utilizza anche vocalizzazioni e un linguaggio inventato.
La definizione decisiva scelta dalla Biennale è sound bath. Non significa semplicemente concerto rilassante. Nel sound bath l’idea di forma frontale tende a indebolirsi: il pubblico non è chiamato a seguire uno sviluppo tematico tradizionale, ma a stare dentro un campo sonoro. La Biennale invita esplicitamente gli spettatori a sperimentare Alignment in uno stato ricettivo, seduti oppure sdraiati, anche con gli occhi chiusi.
Qui il titolo diventa estremamente preciso. Alignment non promette una “guarigione” in senso clinico: promette un riallineamento dell’attenzione. Il termine può riferirsi al rapporto fra corpo e ambiente, fra ascolto interno ed esterno, fra suono acustico e suono elettronico. Zither e kalimba producono eventi fisici; sintetizzatore e loop li estendono in uno spazio virtuale; la voce ricorda che l’organismo dell’esecutore rimane al centro del sistema.
Il “sound bath” e la scienza: cosa possiamo affermare davvero
Laraaji parla da decenni di musica come energia positiva, meditazione e strumento di trasformazione. È una poetica coerente e autentica, ma un articolo rigoroso deve distinguere fra linguaggio spirituale dell’artista ed evidenza sperimentale. Gli studi clinici sulle music-based interventions non dimostrano che una particolare frequenza, una zither o un “bagno sonoro” possiedano di per sé proprietà terapeutiche specifiche. Dimostrano però che l’ascolto musicale, in contesti definiti, può incidere su stress e ansia e talvolta su parametri fisiologici.
Una meta-analisi di 104 studi randomizzati, con 9.617 partecipanti, ha rilevato effetti complessivi significativi delle music interventions sia sugli esiti psicologici sia su quelli fisiologici legati allo stress. Una meta-analisi più recente sulla musicoterapia per l’ansia ha confermato un effetto medio sui risultati autoriferiti, mentre gli effetti fisiologici risultavano più piccoli e non significativi nel sottogruppo considerato. La lezione è metodologica: la musica può modulare stress e attenzione, ma intensità dell’effetto, meccanismi e generalizzabilità dipendono dal contesto e non autorizzano slogan pseudoscientifici.
Alignment è interessante proprio perché non ha bisogno di tali slogan. Dal punto di vista percettivo dispone già di strumenti potentissimi: ripetizione, prevedibilità parziale, timbri ricchi di armonici, riduzione del carico semantico, lunghi tempi di decadimento, focalizzazione respiratoria e possibilità di chiudere gli occhi. Sono tutte condizioni che possono ridurre la competizione attentiva del mondo esterno e rendere più evidente l’ascolto del proprio stato corporeo. Chiamarlo meditazione sonora è più corretto che attribuirgli virtù mediche non dimostrate.
Brian Eno e il paradosso di Day of Radiance
Ambient 3: Day of Radiance resta inevitabilmente il disco-cardine. Ma è anche un’anomalia dentro la celebre serie di Eno. Music for Airports aveva teorizzato un ambiente musicale capace di essere tanto ignorabile quanto interessante; Laraaji porta in quel paradigma qualcosa di meno neutrale: energia, moto, brillantezza e un impulso ritmico quasi rituale.
Eno comprese probabilmente che quella diversità non era un problema ma il motivo stesso per inserirlo nella serie. Day of Radiance dimostra così che ambient non significa assenza di ritmo o musica di sfondo: può indicare un modo di organizzare lo spazio percettivo. In Laraaji l’ambiente non è una stanza riempita di suono; è uno stato nel quale l’ascoltatore viene invitato a entrare.
Per questo ridurre Laraaji a “collaboratore di Brian Eno” è storicamente ingiusto. Eno ha amplificato la visibilità di una ricerca già in atto. La riscoperta delle registrazioni precedenti ha corretto definitivamente il racconto: quando Eno passa da Washington Square Park, incontra non un dilettante fortunato ma un artista con una tecnica, un repertorio e una concezione cosmologica del suono già riconoscibili.
New age, ambient, minimalismo, spiritual jazz: etichette utili solo fino a un certo punto
Laraaji accetta più serenamente di molti altri musicisti la definizione new age, ma la sua musica nasce in un’intersezione più vasta. C’è il minimalismo americano nella ripetizione; c’è la sensibilità dell’ambient nel lavoro sullo spazio; c’è una parentela con lo spiritual jazz nell’idea del suono come veicolo di trascendenza; c’è l’improvvisazione afroamericana; c’è la memoria del gospel ascoltato durante l’infanzia; c’è persino il retroterra performativo del comico, che riemerge nella pratica della laughter meditation.
La conseguenza è che la sua produzione sfugge al dualismo “serio / terapeutico”. Il fatto che una musica voglia produrre benessere non la rende automaticamente formalmente semplice, così come la complessità non garantisce profondità. Laraaji ha costruito uno dei casi più interessanti in cui funzione spirituale e ricerca timbrica non sono alternative, ma due facce dello stesso dispositivo.
Discografia ragionata: dieci porte d’ingresso
Celestial Vibration (1978) – il documento che impedisce di cominciare la storia da Brian Eno. Zither, trance, fisicità e una poetica già riconoscibile.
Ambient 3: Day of Radiance (1980) – il classico. Lato A percussivo e luminoso, lato B meditativo. Un’anomalia feconda dentro la serie Ambient.
Vision Songs Vol. 1 (registrazioni 1984; pubblicazione 2018) – Laraaji autore e cantante, non soltanto costruttore di paesaggi strumentali.
Essence/Universe (1987) – una delle formulazioni più pure del suo ambient spirituale a lunga durata.
Flow Goes the Universe (1992) – album ampio e mobile, registrato fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone; fondamentale per capire l’espansione del suo vocabolario negli anni Novanta. [11]
The Way Out Is the Way In (1995, con Audio Active) – incontro con il dub: prova che la spiritualità di Laraaji non dipende da un unico stile.
FRKWYS Vol. 8 (2011, con Blues Control) – dialogo intergenerazionale con l’underground sperimentale americano.
Bring on the Sun (2017) – sintesi matura di zither, elettronica, canto e pratica meditativa.
Sun Piano / Moon Piano (2020) – ritorno al primo strumento, il pianoforte; improvvisazione spogliata, intimità e centralità del tocco.
Segue to Infinity (2023) – archivio cruciale delle registrazioni intorno al 1978; non una curiosità filologica, ma la prova che il linguaggio esisteva già prima dell’incontro con Eno.
Perché Alignment apre A Child of Sound
La scelta di Laraaji è forse una delle più leggibili dell’intero progetto di Caterina Barbieri. A Child of Sound vuole riportare l’ascolto a una condizione non giudicante; Laraaji chiede da cinquant’anni di ascoltare prima di classificare. Il Festival vuole superare le rigide distinzioni di genere; Laraaji sta da sempre fra ambient, improvvisazione, new age, minimalismo e pratica spirituale. Barbieri parla di musica come catarsi e guarigione; Laraaji ha fatto della meditazione sonora e della risata una parte esplicita della propria attività.
Soprattutto, Alignment modifica il contratto del concerto. Non pretende immobilità frontale, non considera sacrilego chiudere gli occhi, ammette il corpo sdraiato e trasforma la ricezione in parte della forma. È precisamente quella modalità dinamica e partecipativa di ascolto che il manifesto 2026 dichiara di voler sperimentare.
L’11 ottobre alle 12.00, Laraaji conduce un workshop di risata meditativa nello spazio ORIGINE della Sala d’Armi G. Il passaggio è coerente: prima il concerto come bagno sonoro, poi il corpo del pubblico come produttore di respiro, voce e risata. ORIGINE è stato concepito come luogo di ascolto profondo, incontro e scambio, con una metafora spaziale esplicitamente uterina: un interno in cui il rumore esterno viene filtrato e l’attenzione si riorienta.
Francesco Paolo Paladino & Maria Assunta Karini