In più di trent’anni di carriera e con un cammino costellato da trasformazioni radicali, gli In Flames hanno rappresentato un ponte tra due generazioni musicali differenti. Dopo aver contribuito a scrivere le regole del melodic death metal insieme ai concittadini Dark Tranquillity e At The Gates, nei primi anni 2000, la band svedese, spostandosi verso le sonorità alternative di stampo americano diventa la bussola per i gruppi melodic metalcore. Una svolta che provoca una inevitabile frattura nel pubblico. Per quanto il metalcore sia debitore dei riff melodici della scuola death metal di Gothenburg, molti fan della prima ora fanno fatica a digerire il cambiamento, li accostano ai Linkin Park e considerano ampiamente conclusa la parabola In Flames già con un album come Reroute to Remain. Per altri, come ricorda dal palco Scott Kennedy, gli svedesi hanno avuto un’importanza ben diversa: “Sono cresciuto con loro e, quando avevo diciassette anni sono stati tra le band che mi hanno influenzato di più”. Kennedy, kilt e faccia da bamboccio ma voce da tigre, scalda il pubblico alla guida degli scozzesi Bleed from Within.
È un pomeriggio caldo, ma non caldissimo. E, sebbene l’orario proibitivo di inizio (le 18 di fine luglio, orario da spiaggia) abbia penalizzato, quanto a pubblico, gli inglesi Employed to Serve, non si può dire lo stesso per la band di Glasgow che, complice una piacevole brezzolina, e un’orario decisamente meno caldo, ha regalato un’ora di potenti riff sincopati ai confini del deathcore, bilanciati da chorus melodici e voci clean, eseguendo solo brani degli ultimi tre album, Fracture, Shrine e Zenith.
Accolti da un boato del pubblico, alle 20,30 gli In Flames salgono sul palco e si prendono subito la scena. L’aggressiva Colony mette d’accordo tutti, anche chi sperava in un ritorno al passato più consistente, considerato anche il trentennale di una pietra miliare come The Jester Race. E, invece, è rimasta la sola Artifacts of the Black Rain a rappresentare il disco storicamente più significativo e influente di una lunga discografia. In quasi due ore, Anders Fridén (non proprio in forma, né più giovanissimo, ma tenace) Björn Gelotte, il nuovo chitarrista ritmico, il nerboruto Chris Broderick (ex Megadeth e Jag Panzer), supportati da Liam Wilson al basso e da Jon Rice alla batteria, hanno attraversato quasi tutta la produzione della band, fatta eccezione per Lunar Strain, Whoracle e lo scialbo Battles.
Dal vivo, il sound degli In Flames, spogliato della patina mainstream, ci guadagna in aggressività e potenza e a beneficiarne sono soprattutto i brani dell’ultimo Foregone (In The Dark, Meet Your Maker, Foregone pt. 2 e State of Slow Decay), un ritorno ai riff hard che si tiene in equilibrio tra heaviness e melodia. Non mancano i “classici”, da Cloud Connected a Trigger, da Only for the Week a Alias, fino alla conclusiva Take This Life, che Fridén, affaticato nelle parti melodiche, canta praticamente insieme al pubblico, mentre voragini di moshpit si aprono su tutto il terreno calpestabile del Bonsai.
Probabilmente, però, il momento più intenso di tutta la serata è rappresentato da una intima e trascinante The Chosen Pessimist, quasi una parentesi a sé stante. All’uscita, accompagnati dalle note del rapper partenopeo Luché, provenienti dal vicinissimo Sequoie Music Park, tutti contenti. Tutti, meno il malcapitato nostalgico degli anni ’90, speranzoso in un ritorno, seppur timido, alle origini, ma rimasto con in mano il tradizionale pugno di mosche e tanti coretti melodici a risuonargli nelle orecchie.
In Flames + Bleed From Within + Employed to Serve
23 Luglio 2026
Bonsai Garden – Bologna
Report di Daniele Follero