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DEE DEE BRIDGEWATER: il report del live di Bergamo
DEE DEE BRIDGEWATER: il report del live di Bergamo

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DEE DEE BRIDGEWATER: il report del live di Bergamo

Il Bergamo Jazz Festival, sabato 18 luglio, e nonostante alcune difficoltà iniziali (la pioggia ha costretto gli organizzatori a rinviare il concerto di quasi un’ora), ha ospitato – non per la prima volta, ma erano passati quasi vent’anni dall’ultima – la leggendaria cantante afroamericana Dee Dee Bridgewater, accompagnata per l’occasione, nell’ambito del tour europeo denominato We Exist! (chiaro il riferimento a We Insist!, celeberrima opera di Max Roach), da tre musiciste di livello mondiale: la giovanissima pianista Alexis Lombre, classe 1997, nativa del South Side di Chicago, che ha lasciato di stucco i presenti per la naturalezza del suo fraseggio, le sue doti improvvisative e la sua capacità di “giocare” con i ritmi più complessi, variandoli continuamente in corso d’opera e seguendo la cantante nelle sue intricate improvvisazioni; la batterista Shirazette Tinnin, una quarantenne con un’energia trascendentale, la degna erede dei grandi nomi della storia del jazz alla batteria e capace di irrobustire le canzoni con la sua carica afro-jazz; la veneziana Rosa Brunello, altra quarantenne, altra superba virtuosa, capace di lavorare con tutto il registro del contrabbasso e del basso elettrico, e di cimentarsi in assoli in grado di far drizzare i peli sulla pelle.

Il quartetto tutto al femminile ha meravigliato alcuni dei numerosissimi spettatori presenti, in quanto – e Dee Dee non ha mancato di evidenziarlo – si tende ad associare la parola jazz quasi esclusivamente a figure maschili, e facendolo si commette un errore: la musica di origini afroamericane, divenuta da decenni un linguaggio globale, ha infatti visto il proprio proscenio calpestato da tantissime donne, donne che Dee Dee ha voluto omaggiare, rileggendo alcuni dei loro brani più noti.

La serata ha fatto respirare al pubblico una salutare aria da musica di protesta, da anni ‘60 e ‘70, intesi nella loro versione migliore, e infatti Dee Dee ha ricordato ripetutamente le sofferenze e i drammi che hanno colpito la minoranza afroamericana, durante i due decenni di lotta e anche nelle epoche successive, così come ha voluto ricordare, e non era scontato farlo, tutti coloro che il mondo costringe a migrare, tutti gli emarginati, gli ultimi: in un universo “pop” che ha deciso di accantonare definitivamente le posizioni scomode e il concetto di denuncia, vedere una donna di quasi settantasei anni dominare il palco e la serata  senza la minima esitazione, quando si trattava di prendere posizione in maniera netta, è stato l’equivalente di una salutare boccata d’ossigeno.

Il repertorio scelto dalla leader e interpretato in maniera originale e tumultuosa dalle tre giovani musiciste non ha deluso le attese, ponendosi in sintonia con il clima protestatario, con la storia della canzone civile: Dee Dee, voce ancora inclassificabile per le straordinarie capacità ritmiche e di variazione del tema, voce che si colloca a metà strada tra quella di Nina Simone, le grandi voci del soul e del jazz e che vanta un timbro profondo e particolare unico, tutto suo, ha ricordato la figura chiave del suo percorso di formazione, Abbey Lincoln, rileggendo magistralmente la ballata – che mutua il ritmo dalla samba – And It’s supposed to be love.

Quindi, il quartetto si è cimentato con Nina Simone, il grande spirito che ha dominato l’atmosfera della serata, con una versione intensa di Mississippi Goddam, la canzone di protesta per eccellenza della musica afroamericana dei primi anni ‘60.

Se la rilettura di Tryin’ Times di Robert Flack è stata forse la chicca della serata – si tratta una delle canzoni a tema civile più sofisticate di fine anni ‘60, una ballata soul-jazz sussurrata e accorata – la splendida Compared to What di Gene McDaniels (soul man di Kansas City adorato dai cultori del genere) ha trascinato il pubblico con la sua energia, mentre il conclusivo omaggio a Bob Dylan (Gotta Serve Somebody) ha lasciato di stucco il pubblico, in quanto la potenza e la leggiadria della voce di Dee Dee hanno trasformato il pezzo di Zimmerman in un inno soul-jazz che avrebbe fatto ballare anche le sedie vuote.

Dopo il concerto, le musiciste hanno accolto chi scrive nella loro area relax, dimostrandosi – oltre che straordinariamente umili, come tutti i grandi – favorevolmente stupite dal notevole afflusso di pubblico, e sempre più convinte della necessità di rinnovare, con la loro voce tutta al femminile, il linguaggio della canzone di protesta, adattandolo alle estetiche e alle necessità di questo complicato 2026.

Concerto indimenticabile. Francesco Buffoli

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