Apparat e la sua band portano a Roma lo spettacolo per presentare il nuovo album A Hum Of Maybe. Un live show molto teatrale, con i musicisti tutti vestiti nello stesso modo (jeans e maglietta nera, decisamente molto attillati) e sempre pronti a scambiarsi gli strumenti alla maniera dei Sigur Ros, uno dei gruppi che ha segnato di più l’immaginario di Sasha Ring da quando ha smesso di fare il dj e ha deciso di riprendere in mano la chitarra. Le luci, minimali, aiutano a seguire con attenzione lo svolgersi del racconto. Che nella maggior parte dei casi segue un canovaccio standard: viene accennata una melodia che il carismatico cantante interpreta spesso con la mimica del suo idolo Thom Yorke, quinid parte una sequenza con bassi ultrasonici, sopra la quale si sincronizzano batteria, basso, chitarra, violino, violoncello e trombone. A tratti il ritmo sembra incerto, senza fluidità, eppure il pubblico è in visibilio. Quantomeno la maggior parte. A metà serata la ragazza seduta accanto mi chiede:”quando suonano A New Error?” Apparat MKII non suona i successi di gioventù, tantomeno quelli dei Moderat. L’unico strappo alla regola, quasi a fine concerto, è il bagno di malinconia di You Don’t Know Me (tratta dal’imperdibile Walls). Dall’album spartiacque, The Devil’s Walk, il primo su Mute del musicista tedesco, vengono presentate Ash/Black Veil e in chiusura di bis l’onirica Black Water. Ben sei delle sedici canzoni suonate sono prese dall’ultimo A Hum Of Maybe. Quattro dal best seller LP5. Le rimanenti dalle numerose colonne sonore che Apparat ha pubblicato negli ultimi quindi anni di carriera.
Dopo quasi cento minuti di musica il concerto si chiude con una standing ovation e ripetuti inchini di tutti i musicisti.
Poco dopo le 21 la serata era cominciata con il caloroso dj set di Bi Disc, dj romano che suona e si muove come il giovane Apparat di vent’anni fa.
Roberto Mandolini
Apparat, 16 aprile 2026, Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli