Ci sono concerti in cui il silenzio vale quanto un’ovazione. L’esibizione di Aldous Harding al Circolo Magnolia di Milano, sabato 28 giugno, è appartenuta senza dubbio a questa categoria: un’ora e mezza vissuta con un’attenzione intensa, quasi religiosa, nella quale ogni sfumatura della musica sembrava trovare il proprio spazio naturale prima di essere ricompensata dall’entusiasmo del pubblico. A oltre tre anni dall’ultima apparizione milanese, la cantautrice neozelandese è tornata in Italia per presentare Train on the Island, quinto capitolo di una discografia sempre più personale e coraggiosa. Nonostante l’indubbio valore del nuovo lavoro, tuttavia, l’affluenza è rimasta inferiore a quanto ci si sarebbe potuti aspettare: il palco secondario dell’area estiva del Magnolia è stato più che sufficiente ad accogliere il pubblico accorso per Harding e la sua band. Forse una piccola delusione per un’artista che, almeno all’estero, gode ormai di una reputazione consolidata e di un seguito ben più ampio, ma certamente una cornice adeguata a una performance artistica che si giova immensamente della vicinanza emotiva tra musicisti e pubblico.
La serata si è aperta con Vera Ellen, anch’essa cantautrice neozelandese, accolta da un pugno di spettatori, complice soprattutto l’orario e l’opprimente caldo estivo.
Quando Aldous Harding (al secolo Hannah Topp) ha fatto il suo ingresso, alle nove in punto, però, l’atmosfera è cambiata immediatamente. Senza rivolgere parole alla platea, come da sua abitudine, ha lasciato che fosse esclusivamente la sua musica a parlare: Harding si è a lungo limitata a suonare e cantare, mostrando ancora una volta la sua maestria nei cambi di tono e nell’alternare intimità e teatralità, senza concedere nulla all’artificio scenico, ma ipnotizzando gli astanti con il suo sguardo magnetico, le sue smorfie enigmatiche e il suo atteggiamento sempre in bilico tra sfrontatezza e irrimediabile timidezza. Ad accompagnarla una formazione di quattro musicisti: il collaboratore di lunga data Huw Evans (già noto per il suo progetto solista H. Hawkline) che si è alternato al basso, alla chitarra e all’organo, prestando anche la sua voce nei cori e nei duetti, il puntuale e misuratissimo Sebastian Rochford alla batteria e alle percussioni, Joe Harvey-Whyte che si è alternato con Evans al basso e alle tastiere, contribuendo con una suggestiva pedal steel guitar e Mali Llywelyn, al piano e all’arpa. Una formazione impeccabile, capace di restituire dal vivo tutta la ricchezza degli arrangiamenti di Train on the Island, e le cui trame sonore hanno impreziosito i mutevoli e sfuggenti brani dell’artista neozelandese, rimasta comunque sempre il centro di gravità dell’esibizione.

ph.Niska Tognon
Particolarmente riusciti sono risultati gli intrecci vocali (Venus in The Zinnia rimane, anche dal vivo, uno dei brani più riusciti dell’ultimo lavoro), mentre alcuni momenti, come l’apparizione dell’arpa durante What Am I Gonna Do?, hanno conferito ulteriore fascino e intensità alla serata, regalando uno dei momenti più suggestivi dell’intera esibizione.
Il concerto è stato inevitabilmente imperniato sul nuovo Train on the Island, di cui è mancato soltanto un brano (Riding That Symbol, previsto nella scaletta ma probabilmente sacrificato per il caldo eccessivo prima dei bis): se la title track ha aperto scenari sospesi e delicati, la sinuosa e oscura Worms ha confermato il gusto per melodie imprevedibili, San Francisco ha rallentato ulteriormente il respiro dello spettacolo, sorprendendo con la sua coda spiazzante, mentre episodi più dinamici come I Ate the Most e One Stop hanno mostrato come Harding sappia mantenere viva la tensione anche quando il ritmo si fa più vivace.
Momenti di particolare entusiasmo sono arrivati anche con i brani ripresi da Warm Chris, con Fever, Leathery Whip e la title track accolti come autentici classici e salutati dal pubblico con reazioni a dir poco calorose. Dal passato è stata ripescata la perla Treasure, proposta nella prima parte del concerto, e, nei bis, l’ambigua ed enigmatica Designer e il capolavoro Imagining My Man, riproposta in una versione molto vicina all’originale, eppure straordinariamente coinvolgente, salutata da un’ovazione che ha confermato il forte legame instaurato da Aldous Harding con i suoi ascoltatori.

ph.Niska Tognon
Al di là della scelta dei brani e dell’impeccabile esibizione della band, tuttavia, ciò che continua a distinguere Aldous Harding da tante sue colleghe, è la sua incredibile presenza scenica. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni mossa sfugge a una lettura definitiva: sembra tutto attentamente studiato, eppure non risulta mai artificioso, ogni espressione, ogni pausa, ogni posa contribuisce a dare forma a un personaggio che ammalia e avvince, ma rimane sfuggente e non inquadrabile. La voce di Aldous (che non è mai solo Hannah, ma sempre qualcosa di più e di altro) è prodigiosamente duttile, attraversa registri e colori differenti con assoluta naturalezza, riflettendo la libertà espressiva che caratterizza ormai tutta la sua produzione più recente. Quello della Harding è un modo di stare sul palco profondamente teatrale, ma sempre al servizio della musica, mai dell’esibizione fine a sé stessa.
Anche il concerto del Magnolia ha confermato, in definitiva, come Aldous Harding occupi una posizione del tutto particolare nel panorama della canzone contemporanea. Lontana dalle convenzioni del folk da cui aveva preso le mosse, continua a costruire un linguaggio personale, mutevole e difficilmente classificabile, nel quale controllo tecnico, immaginazione e ricerca convivono in perfetto equilibrio. Un’esperienza che ha ripagato chi ha scelto di affrontare il caldo per dedicarsi a un ascolto insolito, intenso e privo di distrazioni. Aldous Harding, concerto dopo concerto, sta rinsaldando un rapporto di straordinaria profondità con chi decide di seguirla: in tempi in cui la musica dal vivo sembra sempre più orientata verso l’evento, continua a dimostrare che basta una voce, una band affiatata e una manciata di canzoni straordinarie per creare qualcosa che va ben oltre l’intrattenimento
Track List:
01. Train on the island
02.I ate most
03. One stop
04. Treasure
05. Venus in the Zinnia
06. If lady does it
07. Worms
08. Passion babe
09. Leathery whip
10. San Francisco
11.What Am I gonna do?
12. Fever
13. Warm Chris
14. Coats
15. Imagining my man
16. Designer
Testo di Francesco Amoroso
Foto di Niska Tognon
ALDOUS HARDING
28 giugno 2026
Circolo Magnolia – Milano
Aldous Harding
Vera Ellen


























