31/10/2026
Joanne Robertson, Fine, Kelela, Yung Lean & Bladee
Si arriva alla terza sera del festival. Alle 19:15 il main stage è immerso nell’ombra. Joanne Robertson, musicista, pittrice e poetessa da anni al fianco di Dean Blunt, giunge nel silenzio, senza alcun affanno, e si sistema dietro un leggio, quasi a cercare riparo. La chitarra è pizzicata con nervosa irrequietezza e ne escono canzoni folk lo-fi, spoglie e sperimentali, che sembrano giungere da un altro universo: affiorano, svaniscono, restano frammenti rubati. Su di esse si innesta la sua voce, discreta ma capace di lasciare il segno. Qualche piccolo inconveniente tecnico spezza la scaletta: le pause e i minuti di silenzio tra un brano e l’altro aprono un vuoto che spiazza, ma che costringe il pubblico a restare lì, immobile, in ascolto. Il risultato è una performance scarna che da quell’oscurità prova a far filtrare qualcosa di inaspettatamente luminoso, riuscendoci solo a tratti. È proprio questa precarietà a renderla unica, per un’apertura di serata coraggiosa.

Intorno alle 20:20 è il turno di Fine, all’anagrafe Fine Glindvad Jensen, cantautrice e produttrice danese di Copenaghen. Entra in scena con la sua band, tra fasci di luce e penombra, e si siede al pianoforte, lasciando che sia la musica a riempire lo spazio sulle note di fragili miniature lounge-pop, sospese tra jazz, folk e indie. Il repertorio attinge in gran parte dal recente e sublime “Jazz Dreams”: tastiere e chitarre si intrecciano con discrezione, mentre basso e batteria provano ad ampliare la gamma cromatica del suono, per poi ripiegare. La vera protagonista è la sua voce, capace di tenere insieme ogni sfumatura: passa dal sussurro al mormorio, si allunga e si distende a piacimento, ora intima, ora distante, sospesa tra le suggestioni di Hope Sandoval dei Mazzy Star e il fascino di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins. Dopo la cruda naturalezza di Robertson, il set di Fine agisce come una decompressione: il clima si ammorbidisce, la sala comincia ad accendersi lentamente e l’attenzione rimane altissima.

Alle 21:45 gli spazi enormi del Lingotto cominciano a riempirsi e tocca a Kelela, al C2C per una tappa del tour a supporto dell’ultimo lavoro, “New Avatar”. Occhiali scuri e movenze sinuose, sale sulla pedana aggiuntiva del palco e domina dall’alto tutto il pubblico. La resa dal vivo ha un’impronta ritmica decisa, che aggredisce e movimenta il suo R&B sperimentale, arricchendolo di sfumature shoegaze e mettendo in mostra una fisicità quasi scultorea. Si muove con grazia felina, dialoga con i presenti e si prende la scena con sicurezza e disinvoltura. Nella setlist emergono “LNKNB”, “Crystalized” e “Outta Time”, brani capaci di svelare la varietà del suo immaginario: l’anima più concitata e dinamica, quella più eterea, fino agli echi rock. A un certo punto si toglie il giubbotto di pelle e, al centro del petto, sulla canotta, compare un piccolo faro acceso: un nucleo magnetico, il suo canale di connessione con la folla. È uno show intrigante, seducente, ipnotico, che scalda ed esalta gli spettatori e prepara il terreno a ciò che segue.

Quando arrivano sul palco Yung Lean & Bladee, la temperatura è ormai alle stelle. Il cambio di registro è drastico: dopo tre set giocati prevalentemente sul chiaroscuro, si passa al puro eccesso. Il set esplode come un’eruzione e il padiglione va in delirio: un vero e proprio botto. È un incontro ravvicinato attesissimo: da una parte Lean, volto del cloud rap svedese e dell’universo Sad Boys, dall’altra Bladee, figura chiave del collettivo Drain Gang. Insieme portano dal vivo un’estetica travolgente e digitale, nutrita di beat incalzanti. Il pubblico del C2C c’è: partecipa, interagisce, si lascia travolgere. È l’epilogo più distante possibile dal buio con cui l’evento era iniziato, e proprio per questo funziona alla perfezione. Una serata partita da un soffio e chiusasi in una catarsi collettiva.

Giancarlo Costamagna
Foto di Loris Brunello