L’infanzia del suono
Dal 10 al 24 ottobre 2026 Venezia ospiterà la settantesima edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale. Il titolo scelto dalla nuova direttrice Caterina Barbieri, A Child of Sound, contiene già una dichiarazione d’intenti: provare a restituire al suono qualcosa che precede le classificazioni, le appartenenze, perfino le abitudini dell’ascolto.

Caterina Barbieri
ph Andrea Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia
Non si tratta dunque di mettere insieme, con l’ecumenismo ormai un po’ stanco di certi festival, elettronica, composizione, improvvisazione, tradizioni rituali, club culture e musica antica. Il programma sembra suggerire qualcosa di più interessante: considerare queste esperienze come differenti possibilità di organizzare il suono, lasciando che entrino in contatto senza perdere necessariamente la propria identità.

In questo senso la scelta del Leone d’Oro alla carriera a Keiji Haino (nella foto sopra di ph. Kazuyuki Funaki) appare quasi inevitabile. Haino ha trascorso mezzo secolo attraversando rock, improvvisazione radicale, noise, blues, psichedelia e silenzio senza mai lasciarsi realmente contenere da nessuna di queste definizioni. A Venezia presenterà it has become something like this, performance per voce e strumenti a corde. Accanto a lui, nella stessa serata inaugurale, Kara-Lis Coverdale con Changes in Air, pianoforte ed elettronica insieme a Sarah Davachi: già qui si comprende che Barbieri preferisce costruire cortocircuiti piuttosto che compartimenti.

Il Leone d’Argento va a Sarah Davachi (nella foto sopra), presenza particolarmente significativa in una Biennale che sembra voler rimettere al centro una qualità oggi quasi sovversiva: la durata. Davachi lavora sul timbro, sull’organo, sulla lenta trasformazione della materia sonora. Il 18 ottobre sarà sola all’organo da camera; due giorni prima, al Teatro Goldoni, una sua nuova composizione, Chanters, verrà collocata accanto a Bach, Webern e Morricone.
È uno degli accostamenti più intelligenti dell’intero cartellone. Non perché voglia dimostrare che “tutto è contemporaneo”, formula che ormai non significa quasi più nulla, ma perché restituisce alla storia la possibilità di essere ascoltata dal presente. Lo stesso accade il 17 ottobre nella Basilica di San Marco, dove i Tallis Scholars intrecceranno Hildegard von Bingen, Allegri, Arvo Pärt e una nuova creazione di Kara-Lis Coverdale. Mille anni di musica non vengono esposti come reperti successivi: diventano un unico spazio acustico nel quale consonanza, spiritualità, memoria e rarefazione possono osservarsi reciprocamente.
Poi c’è Gigi Masin, altro nome particolarmente caro a chi ha seguito per decenni le zone laterali della musica italiana. Il 15 ottobre riproporrà Wind, lavoro del 1986 divenuto nel tempo quasi un oggetto di culto, con Neil Charles e Marco Baldini; pochi giorni prima una sua nuova composizione, Cross the Wood: Mori o yokogiru, verrà eseguita nella Pineta di Sant’Elena dall’ensemble di chitarre elettriche Zwerm.
Ma A Child of Sound non vive soltanto nei concerti. Ci sono installazioni, video, field recordings, ambienti interattivi, performance audiovisive e multisensoriali. Heaven Is Ours porta all’Arsenale la cultura brasiliana dei baloeiros attraverso palloni aerostatici, musica multicanale e video; Arcadia viene definito esplicitamente “a sonic playground”; KMRU e Nick Verstand costruiscono con As Nature una performance nella quale entrano immagini, suono e persino aroma.
E poi Laraaji, Francesco Messina, Marta De Pascalis, ML Buch, Grand River, Clarissa Connelly, Asmaâ Hamzaoui, Mohammad Reza Mortazavi, DJ Nobu, Nídia, fino alla scena singeli della Tanzania. Una geografia sonora ampissima, ma che non dà l’impressione di voler compilare un atlante.
Forse è proprio questo il punto più interessante della Biennale Musica 2026: non cancellare i linguaggi, ma renderne permeabili i confini. Le forme conservano storia, provenienza e specificità; semplicemente vengono sottratte all’obbligo di abitare sempre nello stesso recinto.
Il contemporaneo, allora, non coincide necessariamente con la ricerca spasmodica di qualcosa che non sia mai esistito. Può essere anche un modo nuovo di mettere in relazione ciò che già conosciamo.
A Child of Sound sembra partire da qui: recuperare davanti al suono una disponibilità quasi infantile, ascoltare prima di riconoscere.
In un’epoca che produce musica senza sosta e rischia paradossalmente di ascoltarne sempre meno, potrebbe essere questa una delle forme più credibili dell’avanguardia: non inventare a ogni costo un nuovo linguaggio, ma tornare a rendere imprevedibile l’ascolto. Francesco Paolo Paladino