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THE NATIONAL

Pistoia Blues | 12 luglio

Unica data italiana per i National, accompagnati da Father John Misty. Tillman si conferma sciamano dall’appeal che oscilla tra il misterioso, il mistico e il mefistofelico e propone un set che dà profondità spaziale ai singoli suoni ed esalta i caratteri della sua musica, come il pathos dell’ultimo cd, enfatizzato in una performance in cui ogni gesto è calcolato, amplificato e recitato ironicamente, la melodia anni ’60 (in primis quella vocale, con acuti morbidi), i guizzi fantasiosi, il folk con fiammate ritmiche potenti. L’artista riesce a non perdere il suo aplomb persino in un momento di amnesia in cui non ricordava i versi da cantare, affrontato con stile tra pause che lo vedevano cogitabondo e candida ammissione dell’“incidente”; da ricordare invece l’apertura affidata a Hollywood Forever Cemetery Sings, la splendida Bored in the USA, oppure I Love You, Honeybear.

Introdotti dalle note di Please, Please, Please Let Me Get What I Want degli Smiths, i National puntano sull’intensità con cui esplorano sentimenti di disarmante quotidianità (malesseri di coppia, l’ossigeno di momenti di pura, goffa autenticità, paure, presagi di rotture imminenti, ecc.), tra ammissioni di vulnerabilità, formule liberatorie, autoconsolatorie o propositive, ironia che ferisce o alleggerisce la mano sulle ferite del proprio passato. L’imprescindibile, riconoscibile batteria di Bryan Devendorf e il basso del gemello Scott officiano allora un rito, emozionale e catartico, che parte composto, ma tra una camminata nervosa di Matt Berninger e l’altra, accoglie accensioni quasi rabbiose nelle interpretazioni; la “cerimonia” si conclude con il consueto bagno di folla che scarmiglia il cantante e con l’altrettanto immancabile Vanderlyle Crybaby Geeks in acustico, con il microfono rivolto verso il pubblico e la band ad abbracciare con lo sguardo gli spettatori coinvolti in una sintonia interiore che continua disco dopo disco, concerto dopo concerto. I fan sono protagonisti d’altronde anche di un flash-mob con tanto di “starlight”, bastoncini fluorescenti rosa distribuiti tra la folla come braccialetti, agitati come aghi di luce durante Pink Rabbits e lanciati verso il palco a fine pezzo (con Matt divertito a schivarli). In ottima forma e in gran spolvero i fondamentali gemelli Dessner, tocco di classe i fiati, densi di una bellezza elegante, pensosa e delicata i diversi ed efficaci inediti presentati agli spettatori, pezzi spesso ancora dal titolo doppio/provvisorio; tra le nuove canzoni spiccano il passo inquieto di Sometimes I Don’t Think (Hague Blue), Find A Way (Iris), che, se incisa, potrebbe avere le carte in regola per diventare un nuovo classico della band, e la successiva The Lights (Kingston), dotata di un ritornello dalla dolcezza e dalla melodia accattivante. Nella setlist anche la cover di Peggy-O dei Grateful Dead, inclusa nell’album-tributo di beneficenza Day of the Dead, curato da Aaron e Bryce Dessner.

Ambrosia J.S. Imbornone

 

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