SWANS A FERRARA – REPORT E FOTO
Swans
3 Novembre 2025
Ferrara Sotto le Stelle
Teatro Nuovo – Ferrara
Report di Daniele Follero
Foto di Rudy Filippini
Un rituale catartico. Chi conosce gli Swans e ha già avuto modo di assistere a una performance dell’ensemble newyorchese, sa cosa aspettarsi. Ma, quando c’è di mezzo Michael Gira, le incognite sono sempre tante. A partire dalla sua volubilità umorale. Niente paura, però, perché, a salire sul palco di Ferrara è un Michael in gran forma. Scherza con il pubblico, dà indicazioni ai musicisti da vero leader e vive la sua musica con grande trasporto, sia quando si accompagna con la chitarra acustica, che quando si limita a ballare come uno sciamano.

Ad introdurre la band sono le sognanti sonorità di Jessica Moss, che accompagna l’ingresso del pubblico in un’atmosfera a tratti surreale. Chi entra si ritrova avvolto da un sound etereo, risultante da stratificazioni sonore in cui linguaggio tonale e atonalità, strumenti acustici ed elettronica, dialogano e si intersecano. Sebbene l’ascolto richieda un certo impegno, le atmosfere suadenti riescono ad insinuarsi anche nell’udito dell’ascoltatore più distratto, attirandone l’attenzione, come in una sorta di happening.
Quando gli Swans compaiono sul palco, l’aria è già satura di emozioni. L’avvio è spiazzante. Nessuno conosce la lunga e intensa The End of Forgetting, eseguita in precedenza solo dal vivo. E così anche Little Mind e la lunghissima Newly Sentient Being, che chiude il concerto con un finale travolgente. In pratica, la metà della scaletta (completata da versioni fiume di The Merge, Paradise is Mine e A Little God in My Hands), per la maggior parte del pubblico rappresenta una novità assoluta. A conferma del fatto che la band guidata da Gira ha un’identità on stage completamente distinta rispetto a quella mostrata nei lavori in studio. Del resto, le sensazioni ipnotiche provocate dalla ripetizione dei pattern e l’aumento progressivo d’intensità e di altezza, a certi volumi e nelle condizioni acustiche ottimali, rappresentano un’esperienza unica, irripetibile con qualsivoglia apparecchio di riproduzione sonora, per quanto raffinato sia. Ed è qui che sta la magia del rito. E’ nei momenti di saturazione del suono che si consuma la catarsi, portando all’estremo il concetto stesso di musica d’insieme.

Gli strumenti scompaiono, frullati in un vortice di vibrazioni impazzite. Una formula ben rodata, che sembra reinterpretare in chiave rock la lezione minimal-ripetitivista di Steve Reich e Philip Glass, costruita su ripetizioni, micro-variazioni progressive, stratificazione strumentale, circolarità e raggiungimento di picchi di intensità. Quella degli Swans è una proposta estrema, che richiede il completo coinvolgimento, fisico ed emotivo, dell’ascoltatore. Impossibile, a un volume così alto, distogliere l’attenzione dalla musica. E anche doloroso, se si hanno orecchie delicate. Due ore e mezza, forse, sono un tempo eccessivo anche per il pubblico più preparato e meglio disposto alla “fatica”. Ma è un piccolo “sacrificio” che vale la pena. Quando risuona, l’ultima nota lascia nell’aria una sensazione di leggerezza mista a stordimento. Il rito è compiuto.















