Le Feste Antonacci – Il report di Torino
Le Feste Antonacci
19.11.2025
Spazio 211 – Torino
In un panorama musicale spesso inghiottito da una prevedibilità patinata, i Le Feste Antonacci irrompono sul palco come un promemoria essenziale del perché i live abbiano ancora senso. “Questa è musica dal vivo. Non l’abbiamo inventata noi”, esordiscono, sfacciatamente disarmanti, stabilendo un rapporto istantaneo con la folla di uno Spazio 211 sold out. La band che affianca il duo è una vera forza motrice: coriste piene di soul, una chitarra tagliente e percussioni ancorate a una batteria DW che picchia con furia implacabile. Ci sono momenti in cui il tempo accelera o si scompone leggermente, ma è proprio questo il brivido: un drive umano fin troppo raro nell’era della stasi da auto-tune. Il loro repertorio? Una lavatrice in modalità centrifuga, che mescola influenze in un infuso gloriosamente personale. Nessun plagio, solo frammenti intelligenti che si fondono in qualcosa di inedito e urgente. Nel finale di Sempre Più Solo l’eco immanente dei Radiohead di Creep, mentre Mi piace lo sport ha il gusto melodico di Battisti.
Troviamo la profondità solenne dei God Machine in Ora è meglio di prima, la stranezza funk-metal dei Primus (con un pizzico del Michael Jackson di Wanna Be Startin’ Something) in Porgi l’altra guancia, fino ad arrivare a un improbabile incrocio tra Devo, Gigi Dag e CCCP in Siena/Firenze. Sono invece loro stessi a prendersi in giro quando la chitarra effettata con chorus e flangerattacca Uomini Cani Gabbiani: “Ma che è? Purple Rain?” si dicono l’un l’altro, scoppiando a ridere. Insomma, un collage che sfida il genere, fondendo rock, funk e post-punk in un mix incendiario che in concerto diventa qualcosa di ben più sostanzioso ed energico rispetto alle loro pur ottime registrazioni in studio. Si sente chiaramente la dinamica, l’urgenza espressiva e la gioia del suonare insieme. Le voci, è vero, a volte vacillano nel cazzeggio e le coriste aiutano a contenere le sbandate. Ma questo non fa deragliare lo slancio. La vera magia risiede nel risultato: un caos coeso e convincente su cui si appoggiano testi apparentemente surreali ma in realtà dotati di una grande forza emotiva. Il finale è puro pandemonio: la cover di Disco Samba si dissolve in una singalong scatenato, con la folla che grida a squarciagola “Meu amigo Charlie Brown” in sudata solidarietà. Una bella festa, Antonacci.
Gianluca Servetti