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KILLING JOKE
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KILLING JOKE

Bologna | Zona Roveri | 16 novembre

Doveva essere una semplice reunion, quella del 2008. Quanto basta per dire un’ultima parola su ciò che, in più di trent’anni, i Killing Joke sono riusciti a dare al mondo del rock. La chiusura di un cerchio, come tante. Invece, Jaz Coleman, Kevin “Geordie” Walker, Martin “Youth” Glover e Paul Ferguson, ovvero il nucleo originario dei Joke, ci hanno preso gusto e sono ritornati ancora in studio per l’ottimo Pylon, secondo capitolo di una band che si può ormai ritenere, a tutti gli effetti, rifondata.

Otto anni, però, sono tanti e le fatiche dell’ennesimo tour si fanno sentire, soprattutto sulle corde vocali del panciuto Jaz. Chi aveva avuto occasione di ascoltarli a Milano nel 2008, avrà notato la differenza. L’energia e la potenza, che i Joke hanno da sempre sprigionato sul palco, a distanza di anni, si sono molto affievolite. Con la differenza che, mentre Walker riesce ad essere ancora tagliente con la sua Gibson e la sezione ritmica Glover-Ferguson non risparmia un colpo, a Bologna il povero Jaz è costretto a combattere con la sua voce dall’inizio alla fine. Con grande generosità, ce la mette tutta, si sgola, modella le melodie provando a dribblare i passaggi più ostici, ma già al secondo brano è in evidente difficoltà. Peccato si tratti proprio di Love Like Blood, inno della generazione dark wave rimasto strozzato in gola, insieme agli acuti di Jaz, a chi attendeva di ascoltarla per la prima volta dal vivo dopo tanti anni.

Il pubblico, che non serba rancore, lo perdona, come si fa con i vecchi amici. Lui ci scherza su e non molla, anche se siamo solo all’inizio e la scaletta lascia pochissimo spazio ai brani del nuovo album, più adatti alla sua voce oggi. L’atmosfera che si respira è bella, i Gatherers (così ai Joke piace definire i loro fan) esplodono letteralmente alle prime note di pezzi da novanta della storia del gruppo come Eighties (che Jaz dedica alle vittime della strage alla stazione di Bologna), Requiem, Change, Wardance e, soprattutto, The Wait (qui, forse, un grazie ai Metallica ci potrebbe stare). Un’accoglienza ben diversa da quella, freddina, riservata ai californiani Death Valley High, un’ora prima. Il quartetto di San Francisco ci ha provato in tutti i modi a coinvolgere le centinaia di presenti. Invano.

Il finale, con Pandemonium, è una vera e propria liberazione. Jaz Coleman, salutando il pubblico, si tocca la gola, come per dire “non ce la faccio più”. Ma lo fa sorridendo, segno che l’intesa con i Gatherers italiani è più solida che mai.

Daniele Follero

ph Gloria Soverini

 

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