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KAMASI WASHINGTON

Gardone Riviera, Anfiteatro del Vittoriale, 17 Luglio

Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: Kamasi Washington e la sua band sono – spiritualmente – un superlativo gruppo rock.

Tutto ciò che li riguarda è intriso di rock: coolness da teppisti che dominano le strade malfamate di Compton, resa più efficace da una sana dose di radicalismo colto (le citazioni di The Prophet and the Madman di Khalil Gibran) e dalla capacità di dominare la sintassi di un’infinità di stili musicali; una fiducia cieca nel potere messianico della musica, nella sua capacità di trasformare la vita delle persone.

Rock, dicevo, ma le radici affondano naturalmente nella storia del jazz (i rimandi ai grandi degli anni ‘60 e ‘70 non si contano) e i rami si proiettano verso il mondo del funk e dell’hip hop meno convenzionali, e del resto anche la meravigliosa incoerenza estetica della band rispecchia la sua natura proteiforme e stona – ma in modo bellissimo, stravagante, profondamente americano – con la plasticità neoclassica e solenne del Vittoriale.

Se Kamasi è un omone che sembra aver sposato l’afrofuturismo di Sun Ra e di molto jazz degli anni ‘70 (spettri dell’Art Ensemble of Chicago), alcuni dei suoi musicisti indossano cappellino, occhiali da sole e completi militari come se fossero i Public Enemy, e lo fanno con una disinvoltura totalmente californiana.

La miscellanea estetica, che regala l’impressione di una famiglia allargata e funkadelica (non è un caso se il padre di Kamasi lo affianca sul palco e se anche la moglie sale e contribuisce con un pezzo inedito, diventando il nono membro della band), si traduce anche in una ricchezza stilistica che vanta pochi paragoni, nel jazz contemporaneo.

Kamasi e i suoi si concentrano soprattutto sul disco pubblicato nel 2024, lo splendido Fearless Movement, ma mi sento di affermare che la versione live di molti brani supera quella su disco, anche in termini di originalità.

Kamasi è un virtuoso trascendentale che regala momenti di post-coltranismo purissimo (il 17 luglio era peraltro l’anniversario della morte del suo padre spirituale, appunto il sommo John) e tirato a lucido, ed esaltano il pubblico con la loro ricchezza armonica, le celebri “lastre di suono” e un’energia sorprendente che diventa quasi incontenibile quando tutta la band spinge il piede sull’acceleratore, sprigionando un groove che sembra scuotere l’aria (penso soprattutto alla splendida Asha the First, omaggio di Kamasi alla piccola figlia).

Gli altri sette membri della band, cui si aggiunge in un pezzo appunto anche la consorte di Kamasi, sono strumentisti tecnicamente superlativi e in grado di padroneggiare ogni tipo di linguaggio, tanto che, più che jazz, la proposta di Kamasi dovrebbe classificarsi come Great Black Music, in sintonia con quanto facevano alcuni dei suoi illustri predecessori degli anni ‘60 e ‘70.

Il concerto risulta vitale e interessante anche perché ciascuno dei musicisti vive il proprio momento di gloria, in ossequio a una concezione democratica del gruppo che è ancora una volta decisamente funkadelica: il groove magnetico della sezione ritmica si alterna gli assoli del giovane trombettista Dontae Winslow e di Rickey Washington, il padre di Kamasi, che si cimenta con clarinetto e sassofono soprano (in un gesto di coltranismo puro).

Le due voci femminili arricchiscono il piatto con la loro purea magica e trascendente, profondamente soul (quasi due falsetti di dio, alla Curtis Mayfiled), mentre il tastierista Brandon Coleman (che si inventa numeri da capogiro su tre strumenti diversi, numeri che rievocano il funk-jazz migliore) e il mago dei piatti Dj Battlecat, veterano di Long Beach, sono forse gli autori dei due contributi più sorprendenti: Battlecat fornisce una robusta base hip hop a diversi brani (esordisce con una rielaborazione di un pezzo di Kendrick Lamar) ed è un mago dello sfasamento ritmico e delle atmosfere jdilliane.

Il finale lascia di stucco anche il pubblico più preparato, perché la band rielabora Prologue di Astor Piazzolla, quasi a voler confermare il proprio superbo eclettismo.

Un’ora e mezza di meraviglia estetica, questo hanno potuto vivere i numerosi jazzofili che hanno quasi totalmente riempito il Vittoriale.

Francesco Buffoli

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