Il custode poeta del riff divino …
Per chiunque nutra un amore smisurato per la chitarra è impossibile non lasciarsi sfuggire un sorriso gongolante di fronte alla notizia di un nuovo capitolo solista firmato Johnny Marr. Sono pochi, forse pochissimi, gli artisti capaci di suscitare una stima tanto unanime e trasversale: non solo per l’eredità gloriosa di cui è portatore, ma per la rara eleganza con cui ha saputo custodirla, senza mai lasciarsi ingabbiare dalla nostalgia né inseguire scorciatoie di riconoscibilità. E alla scrittura di The Age Of Everything, suo quinto album solista per BMG, affida il compito di testimoniare ancora una volta il suo fertile splendore compositivo. A 63 anni, istintivo e indipendente, il musicista continua a guardare in alto osservando lontano, oltre l’orizzonte. Spettatore, come noi, di un mondo esterno dominato da ansie e paure, dilaniato da guerre, genocidi, esodi, colonialismi, nazionalismi feroci, Johnny imbraccia la sua chitarra e sorretto da un’ostinata fiducia nel potere seduttivo della musica, ripiomba nell’arena discografica. Le sue note, dipinte da monumentali arpeggi di chitarra, ricche di sconfinamenti, in cui accasare la gioia e l’inquietudine, costituiscono un potente lenitivo e diventano evasione in questi tempi così frammentati. Addentrandosi in spazi intimi, scandagliando la sfera dei sentimenti, illuminato da memoria vigile e continue invenzioni, compone canzoni, spiazzanti e accoglienti, morbide ed elettriche. Più che un semplice interprete, Johnny è un geniale musicista e un formidabile esempio di come muoversi con intelligenza tattica, talento e grazia nell’intersezione tra pop e rock, sia in studio sia dal vivo. Senza mai perdere la voglia di mettersi alla prova sul palco, quest’estate ha scelto l’Italia per cinque tappe accolte con grande entusiasmo dalla critica. Il tour ha toccato il Teatro Romano di Verona, l’Auditorium Parco della Musica di Roma e il Piazzale del Castello di Udine, per poi scendere in Puglia, alla Tenuta Bocca di Lupo di Minervino Murge (BT) nell’ambito del Locus Festival, fino ad approdare al suggestivo Teatro di Tharros a Cabras (Oristano), per la rassegna I Giganti dell’Arte. È proprio qui, tra le rovine millenarie dell’area archeologica affacciata sul mare del Sinis, che il chitarrista ha messo in scena l’affascinante contrasto tra quello scenario ancestrale e la quintessenza del sound indie-rock britannico, trascinando il pubblico in un emozionante viaggio attraverso oltre quarant’anni di carriera…su Rockerilla Ottobre gli articoli di Giancarlo Costamagna, Gabriele Merlini e Valentina Zona.
ph Andrew Cotterill
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