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INTERVISTA AI DITZ

DA ROCKERILLA 533 di Gennaio 2025

Per sempre liberi di resistere, incrollabili, sino all’ultimo respiro

di Giancarlo Costamagna

Quando Joe Talbot, il carismatico leader degli Idles, ha dichiarato con sincerità disarmante che i DITZ sono al momento la migliore band del pianeta, ha istantaneamente acceso i riflettori sull’emergente quintetto di Brighton, scatenando un’ondata di curiosità dilagante ed indubbie aspettative. Nulla di cui stupirsi, perché l’urticante sound dei Ditz ha la capacità di insinuarsi sottopelle come un prurito feroce, paragonabile solo alla sensazione di un attacco di tonsillite acuta. Provate ad immaginare un concentrato incontenibile di energia pura e spietata, pronto a scuotere l’ascoltatore con riff abrasivi, ritmi incalzanti e testi taglienti che affondano le radici nelle frustrazioni e nelle contraddizioni della società contemporanea. I cinque non si limitano a suonare, ma scatenano una vera e propria tempesta sonora che risucchia in un vortice di emozioni contrastanti, lasciandoci storditi e frastornati. Ma ciò che rende davvero peculiare questa band è l’attitudine sfrontata e autentica. Equipaggiato con sonorità viscerali, esibite attraverso una presenza scenica magnetica, il gruppo si sta rapidamente affermando come una delle realtà più interessanti e promettenti della scena rock indipendente, senza piegarsi ad alcun compromesso. Ossessioni noise hardcore, chitarre distorte, stop-and-go al cardiopalma, urla scomposte, post-punk nevrotico e rock sperimentale senza regole, compongono il tossico habitat nel quale si dimenano le loro canzoni. Senza conformarsi a nessun cliché, questi musicisti sfidano convenzioni, perbenismo sociale, bigottismo ed omofobia dimostrando sensibilità ed attenzione verso la comunità LGBTQ+. Formatasi sul finire del 2015 a Brighton, grazie ad incontri occasionali avvenuti durante alcuni concerti in città e servendo pinte di lager in vari pub della città costiera del sud ovest inglese, i Ditz rappresentano un variegato miscuglio di influenze e caratteri. Il gruppo è composto da Cal Francis (voce), Caleb Remnant (basso), Anton Mocock (chitarra), Jack Looker (chitarra) e Sam Evans (batteria), il cui tossico e camaleontico DNA trae nutrimento da Shellac, Fugazi, Flipper e Black Flag. Nel corso di un viaggio tormentato che dura ormai da nove anni, i ragazzi hanno attinto a piene mani da influenze punk, grunge, noise e thrash, amalgamandole in un sound veramente distintivo e difficilmente categorizzabile. Come una giostra impazzita, la musica proposta ci inghiotte in un vortice caotico e imprevedibile. Chitarre velenose e perforanti come lame affilate squarciano l’aria, mentre linee di basso sconvolte sembrano provenire da una dimensione parallela. Il drumming è implacabile, primitivo, una cavalcata selvaggia che porta con sé tutto ciò che incontra. E poi ci sono le voci, malate e disturbate, che si contorcono e si arricciano come serpenti impazziti, vomitando parole come fiele. Un furore sonoro allucinato e febbricitante, un incubo ad occhi aperti che ti risucchia nelle sue spire e non ti lascia più andare. Ecco cosa sono i Ditz: un’esperienza totalizzante e spiazzante, un vagabondare al termine della notte da cui non si torna più indietro. Funzionano nonostante l’eterogeneità ispirativa dei propri componenti. Cal, Anton e Caleb sembrano infatti gravitare verso la parte più sperimentale e spericolata dello spettro post-punk, mentre Sam e il secondo chitarrista Jack sono più radicati all’interno di dimensioni afferenti il rock classico. È il fatto d’essere riusciti a trovare un modo di combinare queste differenti inclinazioni, che li rende dannatamente intriganti. Un gruzzolo di febbrili singoli molotov, due EP ed un paio di album singolari costituiscono ad oggi il risultato sismico del loro agire turbato. L’EP1 pubblicato nel 2018 contiene materia cruda e rumorosa, in grado di mescolare impunemente Nirvana e Gilla Band. L’iniziale I Am Chris Martin stende al tappeto con un riff trapanante ed è chiaro che il cantante Cal, frontman irresistibile, dista anni luce da Chris Martin. Meno male! Quasi più stordente suona la successiva Two ma le mie preferenze vanno alla delirante No Thanks I’m Full, che riduce in briciole gli spazi circostanti. Siamo nel 2020 quando viene pubblicato EP 5 Songs capace di far lievitare il loro noise rock a livelli sempre più insani. L’apertura è affidata a Seeking Arrangement,un minuto e trentasette secondi di frenesia assoluta che penetra nel profondo utilizzando movenze sinistre, scarne e inquietanti. Sul tessuto ritmico s’incunea poi Gayboy prodigo di disorientanti forme espressive mentre Total 90 sviluppa contraddizioni chitarristiche affrontando il tema dell’omofobia. Un tintinnio sinistro di batteria annuncia Role Model prima che Cal con la sua voce gutturale demolisca un’insana melodia ed il suono ci schiaffeggi violentemente. Nel frattempo, la traccia finale F*ck The Pain Away, cover impressionante di una song di Peaches, è resa alla loro maniera e se non sapessi che è una cover, penserei che potrebbero averla scritta loro stessi. L’insieme è prepotentemente batterico, assurdo, disarticolato e sibilante. Nonostante scelte stilistiche profondamente audaci e coraggiose, i DITZ riescono nell’impresa di creare brani incredibilmente a fuoco. È proprio questa combinazione di elementi apparentemente contrastanti, ovvero una incessante sperimentazione perfettamente accordata ad una spiccata sensibilità, che rende il gruppo così attraente. Niente è casuale e tutto sembra esserlo. Il loro LP di debutto del 2022 The Great Regression, arriva dritto come un pugno nello stomaco. La batteria, ancorandoti al terreno, tuona con un calcio possente e un rullante dirompente, mentre il basso ruggisce con una grinta veemente, riempiendo ogni angolo con il suo rombo. Le chitarre ululano e strillano, ora con riff contorti e martellanti che ti fanno contorcere il viso, ora con schizzi di rumore bianco che ti perforano i timpani. Tonalmente i cinque spaziano in modo imponderabile dal post-hardcore angolare a scariche di feedback stridente. Effetti bizzarri amplificano ulteriormente il suono, di per sé già enorme. Sopra questo marasma, la voce alterna momenti parlati a urla lancinanti, trascinandoci attraverso melodie piene di colpi di scena. Un cocktail molotov di alternative noise rock e hardcore nevrotico. Un magma incandescente che si riversa nelle orecchie come lava. Ed i loro spettacoli dal vivo non sono da meno.
Happening totali, eventi selvaggi, puri ed impuri concentrati al nitrato. La strada intrapresa è quella giusta ed il nuovo Never Exhale,che sarà pubblicato il 24 gennaio,è ancora meglio. Ma non anticipo nulla e vi rimando alla recensione presente su questo stesso numero. Solo un piccolo suggerimento: mettetelo su, alzate il volume al massimo e preparatevi ad essere travolti da un’onda d’urto senza eguali. Mi dà enorme piacere avere la possibilità di scambiare qualche battuta con Cal, il vocalist, e Jack, uno dei due chitarristi, via zoom, reduci dalla strepitosa esibizione live al festival Zeitgeist 2024 a Nijmegen in Olanda in compagnia di Sprints, Geordie Greep, Porridge Radio, Snapped Ankles, Maruja, Enola Gay e Dame Area.

Ho letto da qualche parte alcune vostre dichiarazioni che più o meno suonano così: per un gruppo è importante che ogni componente possa esprimere le proprie influenze e muoversi in totale autonomia, perché in questo modo è molto più probabile che si riesca ad ottenere qualcosa di decisamente originale. Potete entrare più nel dettaglio di questa affermazione?
La nostra filosofia guida si basa sul concetto di far parte di un collettivo in cui ogni membro ha l’opportunità di esprimere liberamente la propria individualità artistica. Crediamo fermamente che la dimensione perfetta per una band si realizzi quando ciascun componente può dare voce ai propri gusti, alla propria sensibilità e alle sfumature uniche del proprio carattere, in un processo creativo condiviso e partecipato. Questa visione si contrappone nettamente all’imbarazzante soluzione delle one man band, in cui un singolo individuo si erge a protagonista assoluto, circondato da un gruppo di musicisti mercenari che si limitano a eseguire passivamente le sue direttive. Al contrario, riteniamo che una band per essere a fuoco debba necessariamente configurarsi come un collettivo in cui ogni membro contribuisce attivamente, mettendo a disposizione il proprio talento e la propria visione artistica. Solo attraverso questo approccio collaborativo e inclusivo è possibile trasmettere tutta la ricchezza e la complessità delle diverse personalità che compongono il gruppo. Ascoltandoci è naturale ritrovare l’eco di questa filosofia: ogni nota, ogni accordo, ogni sfumatura timbrica porta con sé l’impronta inconfondibile di chi l’ha creata, in un intreccio armonico che celebra l’unicità e al contempo la coesione del nostro gruppo.

Parlando di influenze, possiamo scorgere alcuni punti di riferimento, ma alla fine non sembra proprio che stiate cercando di emulare nessuno. Sono trascorsi nove anni dalla vostra genesi, quanto è importante per voi riuscire ancora oggi a suonare freschi, personali ed originali?
Tendere ad essere, ancora e sempre, freschi ed avventurosi è di vitale importanza. La nostra produzione è il frutto di una moltitudine di influenze diverse, che abbiamo saputo far convergere in una visione artistica coesa e condivisa. Oggi, nel tentativo di spingerci oltre i nostri limiti e di trovare soluzioni inedite, stiamo dedicando molto tempo all’ascolto di novità musicali, attingendo ad un panorama quanto più vasto e variegato. È un percorso di continua sperimentazione, in cui mettiamo alla prova le nostre idee e le arricchiamo con spunti sempre inediti, senza precluderci alcuna strada. Siamo consapevoli che l’originalità assoluta è un concetto utopico e forse un po’ mitizzato. Proprio per questo, paradossalmente, l’unico modo per cercare di raggiungerla è aprirsi a quante più influenze possibili, contaminarsi, metabolizzare e rielaborare in maniera personale gli stimoli più disparati. È una sfida che abbiamo raccolto con entusiasmo e che sta plasmando in maniera decisiva la nostra attuale produzione.

I termini post-punk e noise/rock appaiono con una certa ricorrenza nelle recensioni a proposito del vostro sound. Sono pertinenti e significano qualcosa per voi?

Inevitabile accostarli al nostro sound ma molto meglio noise/rock piuttosto che postpunk. Questi termini rappresentano il collante che ci ha unito sin da principio, tutte le band che ascoltavamo ed ancora ascoltiamo provengono da quei generi. Noise rock pensiamo sia una descrizione decisamente accurata. Ci è sempre piaciuto perché rappresenta esattamente quello che contiene, rumore e rock. Un’unione tanto semplice quanto diretta. Diremmo perfetta per illustrare il nostro sound.

Il nuovo LP Never Exhale è in uscita a fine gennaio su Republic of Music/ Domino. Riflette veramente il vostro sound on the road? Molte canzoni sono state scritte mentre eravate in tour in Europa. Questa particolare situazione compositiva ha influenzato l’album? Vi sentivate ossessivamente alla ricerca della perfezione, o semplicemente avevate in testa l’obiettivo di far funzionare le cose nel modo migliore possibile?
Il processo di creazione è stato tutt’altro che perfetto o ideale, ma piuttosto un percorso arduo e una vera sfida per la band. Con un programma fitto di tour e viaggi costanti, il tempo per dedicarsi alla scrittura dei nuovi brani è stato estremamente limitato. Abbiamo dovuto sfruttare al massimo i rari momenti di pausa e le giornate libere tra un concerto e l’altro per riuscire a comporre il materiale. Nonostante queste difficoltà logistiche e la mancanza di un periodo dedicato esclusivamente al lavoro in studio, abbiamo profuso il massimo impegno per realizzare materiale di qualità. Completare l’opera e portarla alla pubblicazione nelle circostanze date è stata una dura battaglia, combattuta con determinazione e passione. Rappresenta quanto di meglio siamo riusciti a creare nelle condizioni a disposizione, lontano dalla perfezione ma frutto di un gigantesco sforzo artistico e umano.

Sin dal primo ascolto dell’LP, mi è parsa chiara l’intenzione da parte vostra di non essere per nulla ripetitivi. All’ascolto sono stato assalito da un persistente senso di smarrimento, senza mai conoscere esattamente cosa sarebbe arrivato, canzone dopo canzone. Body As A Structure, per esempio, procede ansiosa per poi sfociare in una sorta di delirio straripante, un vero pugno in faccia. Potete raccontarmi qualcosa più in dettaglio?
Jack, uno dei due chitarristi, è la mente vulcanica da cui è partito tutto, un vero e proprio genio che con la sua creatività esplosiva ha composto questa straordinaria base strumentale. A questa tela già di per sé stupefacente, si è poi aggiunto il tocco magistrale di Sam, il nostro batterista dal talento eccezionale. Con i suoi battiti sinistri e ipnotici, ha infuso un senso di mistero e di inquietudine, rivestendo Body As A Structure di oscure sfumature. Rappresenta la perfetta sintesi delle innumerevoli anime che abitano le dieci tracce, un concentrato di emozioni contrastanti e complementari dove convivono infatti determinazione e forza, ma anche disperazione e malinconia. Sì, è quasi come se fosse un medley pazzo e stravagante, un viaggio imprevedibile e avvincente che non smette mai di stupire e di emozionare.

Poi ci sono momenti in cui imprimete velocità spinta ai suoni come durante Space:Smile e momenti di fantastico caos, come God On A Speed Dial. Potete raccontarmi qualcosa di queste due pezzi?
La genesi di God On A Speed Dial è stata un’esperienza intensa e fulminea, nata dall’unione creativa tra la mia idea iniziale (è Cal che parla) e le abili manipolazioni chitarristiche di Jack. Immersi all’ascolto delle note ipnotiche del pezzo Stress dei Justice, siamo stati catturati da alcuni refrain che hanno acceso la scintilla dell’ispirazione. Jack, con tocchi magistrali sulla sua chitarra, ha poi costruito intorno a quei frammenti melodici, una struttura dandogli forma e sostanza. Sapevamo esattamente la direzione da intraprendere, e il nostro obiettivo era infondere quanta più energia possibile in ogni singola nota. È stato un processo rapido, un vortice creativo che ci ha spinto a completarla in un solo giorno. Al contrario, Space: Smile ha richiesto un approccio diverso. Nonostante la sua concisa velocità, abbiamo cercato di spingerla al limite, complicandola e stratificandola con la massima potenza espressiva. È saltata fuori da un demo nascosto nelle profondità del mio portatile, un tesoro sepolto in un hard disk dimenticato. Da lì, mi sono immerso in un viaggio alla ricerca del modo perfetto per sviluppare quella scintilla iniziale, per portarla a compimento e conferirle una dimensione compiuta. Alla fine, il processo di composizione si è rivelato liberatorio e terapeutico.

C’è un lavoro di produzione ricercato ed articolato, l’album è stato mixato dall’ingegnere del suono Seth Manchester. Come siete riusciti a creare questo sound così ricco e complesso?
I piani originali prevedevano di recarsi in America presso gli studi Machine with Magnets con Seth per registrare l’intero lavoro, ma l’improvvisa e inaspettata chiamata di accompagnare gli Idles in tour nel corso del 2024 ha stravolto completamente i programmi. Di conseguenza, abbiamo infine registrato agli Holy Mountain Studio di Hackney a Londra nel gennaio scorso, affidando poi a Seth la cruciale fase di mixaggio e produzione. Seth ha svolto un lavoro monumentale e magnifico, plasmando con maestria i suoni. Ci piacerebbe conoscere direttamente il suo punto di vista riguardo alle sonorità realizzate. Ascoltando qualsiasi altra sua produzione, si nota immediatamente come tutte possiedano un sound estremamente pulito e diretto. Nonostante i dubbi iniziali, Seth è riuscito brillantemente ad applicare il suo tocco complesso e raffinato al nostro materiale, preservando abilmente il cuore pulsante delle nostre sonorità. Riteniamo che abbia centrato perfettamente l’obiettivo, effettuando una meticolosa pulizia del sound e applicando con stile e ingegno una produzione pop alla nostra dimensione dannatamente heavy.

Sono dieci le composizioni presenti, ne esiste una preferita e perché? La mia è Senor Siniestro.
La scelta di un brano favorito è sempre una decisione ardua e travagliata, al momento oscilliamo tra l’enigmatica Senor Siniestro e l’ipnotica Britney, pezzo di chiusura. Alla fine, è probabile che Britney si aggiudichi la corona, semplicemente perché spicca come la più distante e diversa da qualsiasi altra composizione che abbiamo prodotto finora. Si colloca agli antipodi del nostro stile consueto, abbracciando una molteplicità di influenze disparate rispetto al resto dell’album e avventurandosi coraggiosamente in territori stilistici inesplorati. Potrebbe, forse, rappresentare una possibile finestra sul futuro. Vogliamo credere che ci sia qualcosa di profondamente nascosto e prezioso in essa, un tesoro ancora da scoprire appieno. Tuttavia, non vogliamo correre il rischio di divenire inconsapevolmente una sorte di band prog, in stile Pink Floyd, un destino che vorremmo scongiurare. Di solito, l’innamoramento per una traccia esplode subito dopo averla composta, come è successo con Taxi Man, probabilmente la nostra preferita nell’immediato completamento del disco. Poi, quando abbiamo iniziato a suonarla, l’attrazione è sfumata progressivamente.

Passiamo alla dimensione live, avete suonato di recente nei Paesi Bassi allo Zeitgeist Festival. Dal vivo, siete famosi per riuscire a scatenare visceralmente il pubblico. Spesso le vostre esibizioni sono un richiamo, quasi un invito ad abbandonare le preoccupazioni e lasciarsi andare completamente. Come vivete questo spettacolo dal palco, sera dopo sera?
L’esperienza di condividere con il pubblico il nostro lavoro e di suscitare emozioni profonde e autentiche è senza dubbio la parte più gratificante e appagante dell’essere musicisti. Quando si riesce a creare un’atmosfera magica e coinvolgente durante un concerto, si innesca un meraviglioso scambio di energia tra il palco e la platea, un flusso continuo di dare e avere che eleva sia la performance che l’esperienza di chi ascolta. Questo scambio osmotico di energia positiva crea un’esperienza catartica e quasi spirituale, in cui la musica diventa un potente catalizzatore di connessioni umane totali. Raggiungere e toccare le persone a un livello così completo è un privilegio straordinario per un musicista, è ciò che dà un senso assoluto a tutto il duro lavoro svolto. Una notte, la scorsa primavera, suonavamo a Lione ed una signora, non più giovanissima, al termine del set ci ha commosso, dicendoci quello che lo spettacolo le aveva trasmesso, scatenando emozioni infinite, anche quelle negative che anziché essere represse erano state portate in superficie per essere espulse.

Se le persone potessero trarre qualcosa dal vostro sound, cosa vi piacerebbe fosse?
Se attraverso il nostro agire, le nostre performance dal vivo e la nostra passione riuscissimo a spingere anche solo una persona a prendere in mano uno strumento ed a fondare una propria band, avremmo raggiunto il massimo traguardo cui aspirare. Potrebbe sembrare un’ambizione modesta, quasi pigra, ma in realtà si tratta di una conquista straordinaria: significa aver contribuito a cambiare un’esistenza, ad aprire nuovi orizzonti e a far fiorire un talento che altrimenti sarebbe rimasto sopito.

Questo è il momento dell’anno in cui le persone fanno bilanci ed al tempo stesso pianificano il futuro. Cosa avete in programma per il 2025? So che vi attende un esteso tour europeo con alcune date in programma in Italia: Milano in febbraio e poi Roma e Catania in aprile.
Sì, il tour ci impegnerà circa 3 mesi da fine febbraio partendo dal Portogallo per concludersi il 12 aprile nella bella Italia, Roma. Il 2025 si preannuncia come un anno cruciale per la band, dedicato alla composizione di materiale inedito con un approccio più riflessivo e ponderato. L’intento è quello di riservare il giusto tempo e le dovute attenzioni al prossimo lavoro, in netto contrasto con le dinamiche frenetiche e stressanti che hanno caratterizzato la realizzazione di Never Exhale. Questa volta desideriamo creare uno spazio creativo più ampio e disteso, che permetta di far maturare le idee con calma e di approfondire in modo organico i vari spunti.

Parliamo ora della vostra città, Brighton, che sembra essere diventata una specie di incubatore per nuove emergenti band rock. Cosa c’è di così interessante a Brighton?
Brighton è una città vibrante e dinamica che offre una vivace scena e artistica, particolarmente apprezzata dai giovani, che nel corso degli anni ha lanciato artisti straordinari come Fatboy Slim e The Witches. La sua relativa vicinanza a Londra la rende una meta attraente per studenti e creativi in cerca di ispirazione. La città ospita numerose università, che ogni anno a settembre vedono l’arrivo di nuovi studenti/talenti desiderosi di formare band e progetti artistici. Dopo mesi di prove e preparazione, a marzo si assiste all’esplosione di concerti ed esibizioni live. Un evento di spicco poi è il The Great Escape Festival, che si tiene nel mese di maggio e rappresenta una vetrina spettacolare per i talenti emergenti.

Quali sono gli artisti che vi hanno ispirato di più e perché?
Tra le numerose influenze citiamo senza ombra di dubbio i Fugazi che rappresentano un punto di riferimento fondamentale. La loro capacità di fondere elementi di punk, hardcore e sperimentazione in un amalgama coeso e potente ha lasciato un’impronta indelebile sul nostro approccio compositivo. Tuttavia, non possiamo non menzionare poi gli Shellac, che con il loro stile essenziale, angolare e al contempo ipnotico, hanno saputo conquistarci. Allo stesso modo, i Jesus Lizard, con la loro miscela esplosiva di noise rock, punk e blues, hanno rappresentato per noi un ascolto ossessivo e ricorrente. In ambito britannico, invece, non possiamo non citare i Fall come nostro imprescindibile punto di riferimento: la loro eclettica e prolifica produzione, caratterizzata da un’attitudine incompromessa, ci ha aperto orizzonti infiniti ed inesplorati.

E se invece dovessimo citare qualche nuova band a voi affine tipo Gilla Band, Egyptian Blue o gli Enola Gay con cui avete recentemente suonato allo Zeitgeist Festival, c’è qualche tipo di collegamento tra di voi? Vi piacciono?
Gli Enola Gay sono una band dal sound grandioso ed enorme, capaci di spaccare dal vivo con la loro potenza ed una presenza scenica prorompente. Dopo il loro incredibile live set allo Zeitgeist, insieme ci siamo ubriacati, trovando numerosi punti di contatto ed affinità nel corso della serata. Ora indossiamo con orgoglio ed eroismo le loro felpe, che sono diventate parte del nostro guardaroba abituale. Un’altra band che ci ha colpito molto sono gli Egyptian Blue: il loro LP di debutto A Living Commodity, uscito nel 2023, è davvero potente, denso di un sound tossico e viscerale. Attraverso riff pungenti, ritmi travolgenti e testi rabbiosi, gli Egyptian Blue hanno realizzato un esordio che merita tutta l’attenzione possibile.

DITZ
Never Exhale Republic of Music
Maneggiando suoni incandescenti ed armonizzazioni dissonanti, i DITZ, angolare quintetto noise rock di Brighton, approdano, con impeto e furore, al secondo album. I rumori minacciosi che turbano V70, lo strumentale posto in apertura, costituiscono il primo indizio di uno spettacolo batterico e devastante, carico di luce perversa e davvero pronto a lasciare segni indelebili. E subito le chitarre lancinanti che risuonano in Taxi Man confermano i più cupi presagi. La sferragliante Space:Smile, fugace tributo hardcore, vive d’ululati sincopati. Partiture percussive dai tenebrosi rintocchi funebri tra Bauhaus e Shellac disorientano in Senor Siniestro e tutto diventa molto, molto eccitante. Ampliando il ricorso ad elettronica spuria e sperimentazione urticante, i Ditz oscurano qui il pur elettrizzante esordio del 2022 The Great Regression, esibendo una furia scomposta, disordinata e sempre più determinata. L’assalto abrasivo alla Killing Joke di Four, l’intransigenza elettrizzante che brucia Britney e la velenosa visceralità dalle parti degli At the Drive-In di Wheleer precipitano in vortici nevrotici ed allucinazioni infinite. Senza paura Smell Like Something Died In Here si dimena in un’orgia di chitarre e bassi fangosi, mentre l’inquieta The Body As A Structure respira a fatica tra dissonanti spasmi melodiosi.
NULLA SARÀ COME PRIMA!

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