I CANI, IL REPORT DI VENARIA REALE
I Cani
01 Dicembre 2025
Teatro Concordia, Venaria Reale (Torino)
Quando ormai l’attesa è un gesto ridotto al refresh di uno schermo, I Cani scelgono di rallentare tutto. Il concerto si apre infatti con un drone di venti lunghi minuti: prima un rumore insistente e quasi insopportabile, poi un lento scioglimento in armonie ambient. Luci blu sparate in platea, fumo fitto, una post-millennials tension che carica di aspettative l’ingresso della band. L’età media delpubblico è intorno ai trentacinque anni, una generazione post-hipster chiamata a raccolta non tanto per un esercizio nostalgico, quanto per verificare chi è diventata. E per capire cosa, di quella stagione, continua a parlarle. Poi compare Contessa: magrissimo, dinoccolato, vestito con una semplice t-shirt. Un anti-divo che rifiuta qualsiasi posa. L’avvio è solenne. Io mette subito in luce quanto la sua voce si sia affinata: più convinta, più espressiva, capace persino di salire un’ottava sopra le linee originali. A seguire, Buco Nero ha l’impatto sonoro dei Nine Inch Nails: una bordata industrial che esplode mentre sopra le teste dei musicisti una struttura di luci a semicerchio disegna una sorta di astronave aliena, che isola il palco e accentua con le strobo la durezza del brano. I pezzi storici – come Vera Nabokov o Questo nostro grande amore – scorrono come un archivio emotivo condiviso.
Non è nostalgia in senso tradizionale, ma una forma di auto-archeologia collettiva: si canta per ricordare cosa si provava allora. Per certi versi è un modo per fare i conti con ciò che non è accaduto, con le ambizioni che nel frattempo hanno cambiato forma. Perchè Contessa, è evidente, ce l’ha fatta: ma tutti gli altri? La virata più politica del concerto arriva con Nella parte del mondo incui sono nato: suoni metallici, video di cortei Pro-Pal e immagini dibombardamenti. La parola “NATO” compare in mille font diversi, a sottolineare un doppio significato che oggi pesa più che mai. Non è un commento morale, ma un’inquadratura laterale: ciò che accade fuori filtra inevitabilmente dentro la sala.

Il controcampo arriva subito dopo, con Nascosta in piena vista (quasi un momento confessionale nella sua prima parte con piano e voce) e Sparire, eseguita solo con la chitarra, che acquista un’aura ruvida, quasi grunge. Poi è il momento di Felice, che progressivamente si dissolve in un glitch visivo e vocale, con il cantato filtrato dal vocoder in una sublimazione/superamento dell’umano verso la macchina; quello che forse ci aspetta nel futuro prossimo. Poco dopo la band si ritira e sullo schermo scorrono le immagini di uno scenario desolato: una terra post-qualsiasi-cosa, ricoperta d’acqua, disseminata di oggetti abbandonati. Una campana a morto scandisce il tempo. Solo alla fine, in un’inquadratura quasi insostenibile, si intravede la mano di una bambina, un corpo lasciato lì come un reperto tra gli altri. Contessa continua a non dire quasi nulla (solo nell’ultimo pezzo presenterà la band e chiederà di mettere in tasca i telefonini), si muove da una postazione all’altra, beve dalla sua borraccia.
Il repertorio, ormai piuttosto ampio, permette di alternare con apparente facilità brani ritmati e altri più atmosferici, costruendo una dinamica quasi perfetta: mai due climax consecutivi, mai due momenti troppo raccolti uno di seguito all’altro. I picchi emotivi vengono centellinati con la precisione di chi ha passato anni a immaginare questo ritorno. L’ultima parte del set è costruita come una progressione che passa per canzoni imprescindibili come I pariolini di 18 anni e Hipsteria, per culminare ne Il posto più freddo, il vertice della sua scrittura più intimista: un toccante racconto di fallimento e rinuncia nel quale tutti un po’ ci riconosciamo. Si chiude con Lexotan, con quella “stupida, improbabile felicità” urlata a squarciagola dal pubblico. Una felicità imperfetta, ridicola, inadeguata. Ma reale. In definitiva, questo tour non chiude un cerchio, non celebra e non commemora. Piuttosto registra un dato: i sogni generazionali non finiscono mai davvero, cambiano solo ritmo. I Cani, con la loro solita discrezione, lo ricordano senza enfasi. E forse è proprio questo, oggi, a renderli ancora necessari.
Gianluca Servetti
Foto di Loris Brunello
Setlist
Io
Buco nero
Colpo di tosse
Come Vera Nabokov
Hipsteria
Questo nostro grande amore
Carbone
Nella parte del mondo in cui sono nato
Nascosta in piena vista
Le coppie
Post Punk
Aurora
Sparire
Corso Trieste
Felice
Un’altra onda
Post mortem
f.c.f.t.
I pariolini di diciott’anni
Velleità
Calabi-Yau
Il posto più freddo
Encore:
Una cosa stupida
Lexotan













