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HERBIE HANCOCK AL TEATRO DEL VITTORIALE

Teatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS) 21 luglio 2023

Un Herbie Hancock in condizioni di forma sbalorditive – non dobbiamo dimenticare che ha ottantatré anni – regala una serata indimenticabile al pubblico assiepato sulle tribune e in platea in un Vittoriale da tutto esaurito. 

La lunga interruzione dovuta alla pioggia – circa tre quarti d’ora – non ha scoraggiato i fan del leggenario jazzista di Chicago, che sono stati ripagati con gli interessi.

La band che accompagna Herbie è una sorta di dream team del jazz contemporaneo: il trombettista Terence Blanchard, attivo da decenni, è un musicista poliedrico, capace di comporre colonne sonore e di essere mimetico, con il proprio stile virtuoso e pulito, sia della cornetta del fu Freddie Hubbard (che collaborò a lungo con Herbie negli anni ’60 e ’70) che del sassofono di Wayne Shorter, possedendo al contempo un approccio tutto suo; il bassista James Genus possiede uno stile unico, “burroso”, capace di sfruttare tutto l’ampio spettro sonoro dello strumento e di avventurarsi in assoli quasi “chitarrosi” e ricchissimi anche sul piano melodico, senza dimenticare un groove esplosivo, che non sfigura al cospetto delle complesse costellazioni di note di Pastorius o di Marcus Miller; il chitarrista, come suggerisce lo stesso Herbie quando sta facendo le presentazioni, suona come un chitarrista per circa il 10% del tempo, mentre per il resto piega le sei corde alle proprie esigenze espressive, avvicinandosi ora all’avanguardia pura, ora al glissando parossistico di Hendrix, ora al lirismo di lavori come Before we were borndi Bill Frisell; il batterista, prodigio ventiquatrenne di Brooklyn, ha già collaborato con mezzo gotha del mondo del jazz (penso a Theo Croker) e con i musicisti hip hop più evoluti e il suo stile versatile e inclassificabile è forse il fiore all’occhiello del sound del gruppo: tra complesse figurazioni ritmiche di ascendenza latina, scossoni quasi in odore di metal e una naturale tendenza (degna di un Tony Williams) alla poliritmia, Jaylen Petinaud si è guadagnato ripetute ovazioni da parte degli ammirati spettatori. Naturalmente, il catalizzatore dell’articolato sound del gruppo è sempre Herbie, che non ha perso un briciolo della propria energia: il suo pianismo proteiforme, capace di cavare ogni possibile sfumatura da una semplice frase o da un ostinato, è di straordinaria ricchezza sul piano ritmico, e regala ai brani un dinamismo naturale e avvicinante che va oltre il suo virtuosismo trascendentale. Herbie è inooltre in grado, da sempre, di dedicarsi a strumenti diversi (pianoforte, piano elettrico) e, essendo un pioniere, già nel 1978 aveva in qualche modo preconizzato l’avvento del vocoder, che utilizza quando rilegge il suo classico Come Running To Me.

Il concerto inizia con un medley di alcuni classici del suo repertorio, e dimostra subito la natura profondamente democratica e libera della musica del gruppo: come sempre accade con il miglior jazz americano, e questo lo differenzia dal jazz europeo, ogni musicista sembra percorrere una via personale e sa ritagliarsi un ruolo da protagonista, ma per qualche oscura ragione il gruppo riesce a suonare organico, coeso. L’ampio raggio di azione di cui dispone ciascun musicista non impoverisce il linguaggio ma lo rende vitale e imprevedibile, e qui risiede una buona parte del suo fascino.

Dopo il lungo medley, Herbie omaggia l’amico fraterno Wayne Shorter, scomparso alcuni mesi fa, con una rilettura del suo classico Footsprints, uno dei suoi capolavori: lo stile asciutto, armonicamente “irregolare” e originalissimo del geniale compositore viene replicato in maniera impeccabile da Herbie e soci, che regalano al pubblico gardesano uno dei momenti più intensi della serata. Il finale del concerto è un crescendo emotivo inarrestabile: Actual Proof, da Thurst del 1974, viene restituita in una versione di diciotto minuti, impreziosita da alcune esuberuanti digressioni della batteria da un lungo, lirico, inatteso assolo del basso, che sembra quasi addentrarsi in territori post-rock e lo fa con una disinvoltura sorprendente; Come Running To Me, che vede Hancock anche al vocoder, è una vera e propria “canzone” che i musicisti arricchiscono con le loro complesse interazioni e improvvisazioni, e il finale, il lussureggiante, funk di Chameleon, dal best seller Head Hunters, con le sue geometrie affilate e gli assoli all’unisono tra gli strumenti, scatena gli spettatori che hanno voglia di ballare.

Francesco Buffoli

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