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Report dal Festival di Cannes

di Bruno Fornara

“Un château en Italie” di Valeria Bruni Tedeschi

Terzo film per la regista italiana che vive in Francia, dopo “È più facile per un cammello” e “Actrices”. Temi, situazioni, episodi e personaggi presi ancora dalla vita di famiglia della regista. La mamma, la religione, la ricerca di un amore, la voglia di una maternità cercata e sempre lontana. Il castello in Italia, che si vorrebbe vendere per ricavarne del denaro, così come il magnifico quadro di Brueghel sui “Proverbi” di proprietà della famiglia e messo all’asta da Sotheby, sono l’eredità di un passato da cui è difficile staccarsi. Così come è ugualmente complicato lasciare le convinzioni religiose, anche quando sono del tutto superstiziose (la sedia napoletana su cui sedersi per ottenere la grazia di rimanere incinta!). Il punto di resistenza dei film di Valeria Bruni Tedeschi sta lì: nel non riuscire – se ci riuscisse, addio film… – a cambiare, nel restare incatenata a convinzioni ed esperienze che non le permettono di muoversi in libertà (da qui i suoi film claudicanti…). Il film avanza di aneddoto in aneddoto, di notazione in notazione, di momento in momento. E crea un percorso svirgolo e segmentato che rappresenta bene la frastagliata e incoerente, vivace e sfaccettata, figura della protagonista, più familiari.

 

“Behind the Candelabra” di Steven Soderbergh

Władziu Valentino Liberace, nato a Milwaukee nel 1919 e morto di AIDS a Palm Springs nel 1987, di origini polacche per parte di madre e italiane per parte di padre, è stato attore, pianista e famoso artista di music-hall nei casinò di Las Vegas dagli anni Cinquanta agli Ottanta. Un candelabro messo sul pianoforte era il segno distintivo dei suoi spettacoli. È riuscito a nascondere (ufficialmente) la sua (molto evidente) omosessualità fino alla morte, vincendo cause su cause in tribunale. Soderbergh non sembra lui (il che è un’ottima cosa): nel senso che fa un film onestamente e splendidamente ‘normale’, senza quei vezzi narrativi e linguistici che spesso formano e sformano il suo cinema. Qui si racconta con eleganza e grazia dell’amicizia e dell’amore tra Liberace (pron. Liberàci) e il suo biondo compagno Scott Thorson, il primo un Mchael Douglas più che convincente, il secondo un Matt Damon prestante. Naturalmente, ambienti sfarzosi oltre ogni eccesso, vasi specchi lampadari divani tappeti porcellane pianoforti e pianoforti, un guardaroba spaventosamente ricco e variato, e palcoscenici grondanti luci paillettes abitini strascichi a decametri. Una eccentricità plateale e ammiratissima dal pubblico piuttosto in età. Naturalmente va aggiunta quell’abilità pianistica nel ribattere note e accordi, nello scivolare sulla tastiera da cima a fondo a da fondo a cima, nel passare da romanticherie suadenti a scorribande swingate. E la storia d’amore appassionata che poi si va spegnendo. Un film hot in ogni senso.

 

Di tutto.

Deludente “The Congress” di Ari Folman, QR. Autore del notevole “Valzer con Bashir”****, Folman fa metà film con gli attori e l’altra metà in animazione. Siamo in un tempo futuro dove i produttori non hanno più bisogno di attori e attrici, li filmano e poi li rifanno come e quando vogliono con i computer. La parte del film con gli attori è interessante. Quella in una animazione stucchevole e lisergica, noiosa e ripetitiva. Un film buttato via. Peccato.

 

“Jimmy P. (Psychotérapie d’un indien des plaines)” di Arnaud Desplechin

E’ispirato a una storia vera ed è in buona sostanza un film di attori: Benicio Del Toro e Mathieu Amalric. Il primo è l’indiano Jimmy, il secondo è un antropologo francese emigrato negli Usa (realmente esistito), guardato con sospetto dai colleghi per le sue idee innovative sulla psichiatria e sulla psicoanalisi. L’indiano torna dalla seconda guerra mondiale e viene ricoverato in un ospedale del Kansas, dove si scopre che è sano, senza problemi fisici. Il film racconta come le sedute tra Jimmy e il dottore portino il primo a esplorare e portare alla luce sogni, traumi e ricordi, fino alla guarigione. Film molto corretto, molto tradizionale, scorrevole. Pensavo ci potesse essere qualche sorpresa dall’applicazione della psicoanalisi all’inconscio di un nativo americano (bufali, Grande Spirito, danza della pioggie…), invece no: i problemi sono gli stessi nostri.

 

“Borgman” di Alex Van Varmerdam

E’ un racconto stravagante e cattivo su come una pattuglia di uomini che vivono sottoterra viene costretta da un prete armato di fucile e da altri fedeli a uscire allo scoperto. Del regista olandese Van Warmerdam si erano perse le tracce da anni e a me spiaceva perché era uno dei rari surrealisti dello schermo. La prima parte del film è notevole, come lo erano i suoi film precedenti. Poi tutto si incanala sui binari più conosciuti del cinema antiborghese. Gli uomini e le donne usciti dalle loro tane sotterranee prendono di mira una famiglia con una villa in campagna. Ne prendono via via possesso con un piano ben congegnato, in una serie di scene strambe e sorprendenti, condite di parecchio humour nero. Poi il film perde colpi e si restringe a un hanekiano racconto nero di violenze fino a rientrare in quel genere più volte incontrato anche in questo festival dell’”attacco alla civilizzazione occidentale”. Peccato.

 

“Wara No Tate” di Takashi Miike

Action movie con un ottimo spunto di partenza. Viene uccisa la figlia di un ipermiliardario che mette una taglia sull’assassino una volta che sia arrestato. La polizia lo arresta e tutti – poliziotti compresi – si scatenano per cercare di ammazzarlo e prendersi un bel miliardo di yen. Un gruppo scelto di poliziotti e uomini della sicurezza viene incaricato di trasferire da Fukuoka a Tokyo l’omicida: prima in un autobus superblindato, poi in treno ad alta velocità, poi in macchina, anche a piedi… Dopo  un po’ il giochino si fa sterile, tanto più che i due della sicurezza sono talmente stupidi da tenere il colpevole legato con una corda che ogni tanto si dimenticano di tenere in mano…

 

“Omar” di Hany Aby-Assad

Omar sfida le pallottole israeliane quando scala il muro di separazione con i territori palestinesi. Lo supera all’andata e al ritorno per andare a trovare Nadia, la ragazza che ama segretamente. Diventa combattente nella resistenza, lo fanno prigioniero, viene sospettato di tradimento dai compagni. Hany Aby-Assad, che aveva firmato “Paradise Now” (2005), riprende il tema della lotta palestinese e ci torna con un thriller politico d’amore e amicizia. Gli interessa soprattutto scavare nei personaggi, interrogarsi su quello che fanno, pensano di fare e sentono di fare. Punti centrali diventano la fiducia in se stessi e nei compagni e la difficile scelta tra la lotta e l’amore. L’alto muro di separazione diventa la rappresentazione visiva, oltre che della ‘prigionia’ palestinese, anche dell’indecisione che passa nella testa di Omar. È un muro politico e mentale. Divide stati, non-stati e menti.
 

“Blue Ruin” di Jeremy Saulnier

Un gran bel noir, rurale (grandi pianure americane), sporco, sanguinoso e sanguigno. Con una idea di partenza perfetta: un poveraccio, barba e capelli incolti, vive in una malconcia automobile e aspetta. Aspetta che esca di prigione uno con cui ha un conto sospeso. Lo fa fuori e i fratelli dell’ucciso lo inseguono per vendicarsi a loro volta. Fin qui tutto normale. Il fatto è che né la tv né i giornali danno notizia del delitto: dal che il poveraccio omicida capisce che la polizia non è stata avvertita e che la caccia è aperta, tra lui e tutti gli altri. Film rapido e insicuro, come è insicuro il personaggio principale che non è omicida di mestiere e si arrangia come può.

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