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COME STANNO LE COSE

di Paolo Dordi

Tra le cose che non riusciremo più a maneggiare con destrezza, quella che più mi disturba (un disturbo basso e continuo) è l’incapacità di possedere una oggettività accecante. Quel vantaggio lieve e prezioso ha alimentato le nostre azioni con assoluta noncuranza per molto tempo. Eravamo assuefatti e felici. 

E ora? Con un piccolo inganno faremo finta che non sia più importante. Velocità, stimoli, fenomeni che si affermano prima di compiersi: che importanza hanno? Conta quel che succede oggi, adesso, perché tra una settimana potrebbe non essere più così. La musica è una parte di tutto questo, pressoché inseparabile da altri percorsi caotici, eppure sensati. Perché in questo caos c’è un ordine che possiamo soltanto intravedere, inseguendone la scia. 

Nella posta ricevuta di oggi ci sono dodici mail che annunciano il nuovo singolo di, il nuovo disco con ascolto limitato a cinque accessi di quell’altro, la cartella stampa tradotta con fierezza con google translate di una band emergente e altre venti richieste tutte uguali di recensioni. Inseguo qualcuno di questi link, fino a ritrovarmi un singolo con qualche milione di ascolti in sei giorni; sui social poche centinaia di contatti. Da quel momento, uno qualsiasi, possono capitare cose diverse. La graduale scomparsa, spietata e velocissima, del singolo di turno – niente di personale. Un oblio galleggiante che non si tramuta in nulla ma continua ad esistere. Un tour di quattordici date, tutte sold-out, con un biglietto di ingresso importante.

C’è chi è ancora scandalizzato da certe ascese incomprensibili che sfiorano Sanremo ed esplodono nelle radio commerciali (è pur sempre il loro terreno). Vale tutto, ma tenetevi il vostro progressive (cito a caso senza cattiveria) siamo già in un altro sistema solare, bisogna scrollarsi di dosso un po’ di spocchia tanto le nostre orbite non rischiano di scontrarsi.

La cosa che ci solletica di più invece è farci travolgere da questa esplosione cercando di comprendere qualcosa di questo tumulto. Pensiamo alle difficoltà dei festival: da un lato l’erosione di una fetta cospicua dei budget a favore della sicurezza, dall’altra le pretese economiche di alcuni nomi del momento triplicate in due anni e le rivendicazioni legittime di chi vorrebbe buttarsi in un piatto più grande senza esserci mai riuscito prima. La prima conseguenza è gettare la spugna – quanti festival più o meno consolidati sono saltati? – perché il sistema perde l’equilibrio ancora prima di cominciare. Si prende tutto quel che si riesce a portare a casa, può durare una stagione o qualche anno, poi si vedrà. Così il tour diventa punto di riferimento principale. A volte qualcuno salta per motivi tecnici, ma il più delle volte sono sold-out o presunti tali (perché anche qui Gabrielli cala le sue restrizioni). Il velocissimo consumo ci distanzia. Si trova tutto, si trova subito, si ascolta (male) con un dispositivo qualsiasi. Si canta di nuovo. Si conosce solo quello in cui si inciampa. Si crea empatia. Si cresce. Si va spesso ai concerti. Ci si domanda meno come sia successo, perché sta succedendo adesso, non c’è tempo né energia da perdere. Si parla ma non sempre ci si capisce.

Siamo entrati, non so quando, in un momento nuovo e non c’è bisogno di scomodare la Storia per dimostrare che i muri non hanno mai risolto nulla. Condivisione e contaminazione sono andate avanti a strattoni da sempre, ma qualche passo falso non fermerà questa ondata impetuosa. 

Si parlava di dischi belli, di dischi importanti, di dischi necessari ma nella fluidità di questi tempi sono definizioni vacue, che si sciolgono al sole. Non sono più categorie così importanti. Paradossalmente lo sforzo, per chi vuole cercare della musica da amare, può essere lieve e non soltanto perché l’essenza stessa del disco sia minacciata dall’ascolto singolo. L’idea che uno sconosciuto possa incidere il cuore di qualche ragazzo (o di qualche milione) con una ricetta fatta in casa continua a possedere una potenza incontrollabile. Nessuno è più al sicuro: davanti a tanta facile offerta bisogna essere spietati e lasciare spazio a quel piccolo clic che scatta in sottofondo come un cibo mai assaggiato prima. Vinta la titubanza del primo assaggio ci dimenticheremo di tutto il resto. Che sia un buon viaggio, allora.

Questo articolo è uno dei focus 2019 pubblicato su Rockerilla Dicembre 2019 

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