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AUTECHRE LIVE A VENEZIA

Quando si giunge davanti al bacino dell’Arsenale, quel lago di acqua salata racchiuso tra le sue mura, il selciato in cemento lascia il posto alla ghiaia che questa sera si è mescolata con il terriccio sul quale da sempre giace e la pioggia che trasforma il tutto in inquietante materia nella quale il passo affonda, si immerge e viene assorbito. Un presagio forse, di quanto succederà oltre quel portale che da fuori appare come l’entrata di una cattedrale luminescente.

Evento senza precedenti in questa piovosa serata veneziana, Rob Brown e Sean Booth ospiti della Biennale Musica dispiegheranno le loro imprevedibili algide, sintetiche ali sul nostro ascolto dimostrando ancora una volta cosa la macchina può, che l’essere umano non può.

Il duo proveniente da una piccola realtà cittadina che si trova nelle vicinanze di Manchester, cala in Laguna portando con sé tutto il carisma di un nome che non ha mai abitato il mondo del business musicale, neanche quello mascherato dedicato all’apparente diversità del suono proposto; una pratica molto amata per esempio da Aphex Twin, giusto per citare un nome.

Autechre, i freddi predicatori di algoritmi a venire attendono per ora silenti, nel bianco lucente del Teatro alle Tese trasformato in una abbagliante basilica nella quale si entra per rendere omaggio a chi, nel Libro delle Rivelazioni dell’Intelligenza Artificiale, ad opera dei Padri Visionari legati all’osservanza delle regole dell’Ordito, aveva illuminato le nostre menti e i nostri ascolti, così come illuminato e lucente è ora questo luogo.

È fumo ciò che ci accoglie e avvolge, sostanza volatile sparata da macchine forse senzienti per attenuare i nostri ricordi che ora volano sulle decine di nomi astratti, intraducibili, incorporei, che segnano il percorso discografico di due visionari operatori ormai attivi oltre la soglia della nostra percezione, speciali programmatori che riescono ad agire sulle macchine conoscendone l’anima, parlando la loro stessa lingua a noi ancora sconosciuta.

La domanda che ci si pone, camminando a vista e sfiorando corpi che improvvisamente appaiono per poi scomparire nuovamente nell’indefinito, riguarda come sempre il tempo e quanto lontano ci ha portato da quel termine con il quale il suono degli Autechre veniva definito IDM. Pensarlo ora, dopo la molta strada fatta al loro fianco, rende quasi commovente l’uso di quelle iniziali che andavano a definire il nome di una scuola di pensiero nella quale si era immersi con tutta l’anima.

Il gusto dolciastro emanato dal fumo attutisce i sensi, si sente il bisogno di trovare un appoggio per evitare di crollare a terra quando le strobo lanciano il segnale e l’oscurità più profonda improvvisamente si abbatte sulla nostra vista.

Una scarica di beat cadenzati, i bassi che abbattono le difese predisposte per l’attacco previsto e la cerimonia inizia. Era dai tempi del live degli Orbital, visto al Sonàr più di venti anni or sono che lo stomaco non sussultava all’unisono con le vibrazioni provenienti dalle basse frequenze, invisibili e sconvolgenti streghe ora presenti in un duomo riconsacrato all’osservanza della fede inorganica. 

Il pensiero tenta di governare l’onda di tsunami in arrivo ma ciò che partorisce è pura estasi che si riproduce avvinghiandosi all’universo sconfinato di suoni in continuo succedersi che le macchine stanno alacremente e violentemente creando con l’obbiettivo di lanciarli verso un ascolto pronto a raccoglierli con lo stupore di chi si trova immerso nel caos traendone un piacere fino a quel momento sconosciuto. 

I due di Rochdale creano l’impulso e la macchina genera suono seguendo i dettami dell’algoritmo, suo incontrastato signore.

Settantacinque minuti di puro, violento e magnifico delirio. Un veloce e contorto, distorto racconto, che a girare le pagine sulle quali è scritto, si viene investiti da mille frammenti di taglienti particelle in continua esplosione, veloci e incredibimente precise nel raggiungere il bersaglio: il nostro ascolto.

Il nero isola, disorienta, rende vulnerabili ma al nero ci si adatta, si riconoscono le sue pieghe e le creature che lo abitano, esseri che giungono da un altro luogo a noi proibito che ora dialogano con la nostra anima, la penetrano, l’avvolgono, la scardinano, sconquassano, tagliano, appiattiscono e gonfiano, la travolgono e stravolgono, svuotano e la edificano, mentre il sorriso appare sulle nostre labbra e lo sguardo scruta ebbro la fitta oscurità amica, capace di accogliere un suono non catalogabile, in continuo veloce cambiamento, un suono che evolve dopo ogni nota, un linguaggio che tutto è tranne misero rumore, come i detrattori lo definiscono.

La macchina ci parla anche se noi non la comprendiamo ma il suo freddo dialogare ci affascina oltremodo: velocisimi continui cambi ritmici, il beat come ossigeno per i nostri polmoni, il continuo graffio glitch, le stratificazioni e le aperture subito sommerse dall’urgenza dell’addizione.

Settantacinque minuti dentro, sempre più dentro la sostanza nera che ora ci appare come la più luminescente mai vista, accecati, intontiti, ammutoliti dal suono di un linguaggio che proviene da luoghi che solo due esperti esploratori dei confini percettivi dentro i quali si muove la musica generativa, possono per ora abitare.

Fuori diluvia, il piede affonda nel morbido abbraccio del fango e ogni passo è un gradino verso la beatitudine. Mirco Salvadori

BIENNALE MUSICA 2023

Venezia @ Arsenale Teatro Alle Tese  

26 Ottobre

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