29/10/2026
Il venticinquesimo compleanno del C2C Festival si apre questa sera nella sempre suggestiva Sala Fucine delle OGR di Torino, spaziando dal raccoglimento intimista di chitarre oblique al delirio travolgente della club culture. Il sipario si alza alle 20:00 con un’apertura d’eccezione: il debutto, in esclusiva italiana, di Wendy Eisenberg. Artista irrequieta e brillante, partita dalle radici rigorose del jazz e poi catturata dalle vertigini del folk-pop e della sperimentazione, ha costruito una discografia sconfinata. Timida e piacevolmente sorpresa dal buon numero di persone raccolte sotto il palco nonostante l’orario così anticipato, è affiancata da Mari Rubio al violino (anche co-produttrice dell’album uscito ad aprile per Joyful Noise) e da Ryan Sawyer alla batteria. Dal vivo la sua musica scorre fluida e incantevole: affreschi folk-rock attraversati da sfumature pop, intuizioni jazz e folate di libera improvvisazione, accarezzati da una voce lieve e trasparente che disegna melodie sghembe e affilate. A perturbarle di continuo si incarica il violino, che guida lunghe suite tra folk-jazz e prog, mentre la chitarra sorregge la parte ritmica insieme alle percussioni articolate di Sawyer. Quaranta minuti di viaggio e straniamento, accolti da una calda partecipazione.

Alle 21:00 il palco passa a ML Buch, progetto solista della compositrice, produttrice, chitarrista e cantante danese Marie Louise Buch. La folla rumoreggia sempre più numerosa, le luci si spengono e la sala si tinge di una bruma in bianco e nero, avvolgente ed evocativa. Entra in total black, con una minigonna, esibendo con grazia e magnetismo il suo art-rock spettrale, intriso di devianti venature dream pop dall’incedere pastorale: fin dalle prime note ammalia, in una dimensione sospesa e sognante. La chitarra si piega e si distorce in forme liquide, le melodie affiorano per poi dissolversi come nebbia, mentre frammenti elettronici restano a galleggiare ai margini del suono. Al centro vibra un’umanità viscerale, tattile, profondamente fisica. Con la chitarra esaltata da accordature aperte e intrecciata a strumenti sintetici, ML Buch trasforma il suono dei suoi due album, Suntub e Skinned, in materia viva: un percorso tra paesaggi sconfinati e intimità pura. Il picco emotivo arriva quando le note ipnotiche di O pervadono lo spazio. Dopo circa quaranta minuti sale sul palco, ad arricchire il set, il Quartetto Pessoa, ensemble d’archi italiano con violini, viola e violoncello, che conferisce alla performance una classicità unica.

Sono passate da poco le 22 quando va in scena la prima mondiale del nuovo show audio/video live di DJ Python, pseudonimo del producer newyorkese di origini ecuadoriane Brian Piñeyro (oggi di stanza tra Londra e la Grande Mela), visionario architetto e pioniere del cosiddetto deep reggaeton. Nascosto dal cappuccio della felpa dietro un tavolo ricolmo di strumentazione digitale, lascia emergere inconfondibile il suo marchio di fabbrica: ritmi rallentati e avvolti in caldi accordi deep house e dubstep. Un set senza soluzione di continuità, un unicum tra video e sound che trasforma le sonorità in un viaggio capace di cullare e di far ballare i piedi senza tregua.

Alle 23:15 il testimone passa a una vera leggenda della musica contemporanea: gli australiani The Avalanches. Artigiani e archeologi del suono, da Since I Left You (2000) a Wildflower (2016) fino al toccante We Will Always Love You (2020), hanno elevato il campionamento a pura forma di poesia e memoria affettiva. A sei anni dall’ultimo lavoro sono recentemente tornati con No Bad Memories. Sul palco si presentano in formato ridotto, un duo formato dai fondatori Robbie Chater e Tony Di Blasi che, dietro un muro di pattern e consolle, mixano i loro celebri brani, ricchi di campionamenti di ogni provenienza. Oggi la loro musica si conferma un fluire continuo e brillante, fatto di mille frammenti fusi in un’unica corrente, un collage sempre più frenetico e cangiante che alterna squarci di malinconia luminosa a deviazioni garage e hyperpop: un percorso di nostalgia, luce ed estasi pura. Il pubblico è completamente dalla loro parte e si lascia andare a un ballo sfrenato.

Ma il clou della serata, per me, arriva alle 00:45 con Shygirl, in esclusiva italiana, ad anticipare l’uscita dell’attesissimo nuovo LP Swallow! il prossimo 6 novembre. Un disco che mieterà molte vittime. L’icona londinese Blane Muise, che dai circuiti underground è approdata a un pop dalle ambizioni di stella emergente, con alle spalle le aperture per Beyoncé e Charli XCX, riscopre un songwriting coinvolgente, affidato a strumenti veri e a una ricercata compiutezza. È un cambio di pelle che prende corpo con disarmante naturalezza, esaltato dai riccioli rossi, questa sera in perenne e selvaggio movimento, e sostenuto da una band particolarmente a fuoco. Dopo il delirio degli Avalanches la scelta è controcorrente: invece di inseguire l’urto del club, Shygirl, artista splendida dal carisma innato, lo stempera in qualcosa di più intrigante e vicino. Fin dal principio chiama a raccolta il pubblico con un Are you ready to party?. Si parte con Alyse, che dichiara subito le intenzioni della serata: un’apertura vincente verso un alternative rock che prova a scardinare gli schemi del mainstream. Siamo in estasi. Un altro momento sublime si materializza durante Lucky (Hymn): chitarre dilatate e malinconiche, una batteria epica e incalzante e una voce che oscilla incantevolmente tra preghiera e confessione. Le canzoni si susseguono con favoloso trasporto, alternativamente estratte dai suoi due album, fino all’irresistibile conclusione sulle note di Mantra, dove Shygirl si agita, si dimena e risplende dentro un uragano di emozioni prima di abbandonarsi a un’ultima, lunga carezza. L’esibizione è esplosiva, con una presenza scenica da forza della natura, intensa e al tempo stesso in bilico tra sensualità, vulnerabilità e innovazione.

Così, tra le chitarre oblique della Eisenberg e la bruma di ML Buch, tra il deep reggaeton post-dubstep di DJ Python, le memorie campionate degli Avalanches e la nuova pelle di Shygirl, la prima notte del C2C riesce magnificamente a raccontare in miniatura i venticinque anni del festival: un luogo dove l’intimità e la febbre del dancefloor non si escludono, ma dialogano, si cercano e si ritrovano in un sogno infinito.
Giancarlo Costamagna
Foto di Loris Brunello