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THE STROKES A BOLOGNA, PER L'ITALIA UNA COCCOLA IN PIU'
THE STROKES A BOLOGNA, PER L'ITALIA UNA COCCOLA IN PIU'
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Live

THE STROKES A BOLOGNA, PER L’ITALIA UNA COCCOLA IN PIU’

Unipol Arena – Bologna

17 Ottobre 2026

Report di Paolo Albera

25 anni che abbiamo i The Strokes. Sembra ieri quando, con un pugno di grezzissimi instant-classics e un culo in copertina, mandavano in pensione tutto il rock anni novanta, dal grunge al brit. Oggi, quindici anni dopo il loro ultimo passaggio in Italia, il concerto a Bologna raccoglie un sold out granitico, di quelli che non riesci proprio a scardinare, nessuno molla un biglietto all’ultimo neanche a pregarlo, nessuno vuole perdersi il tour dei newyorkesi dedicato al nuovo album Reality Awaits. Una buona parte del pubblico è fatta di giovani o giovanissimi. Possiamo definirla oggi “la band rock più anziana ad avere un pubblico giovane”? 
La data si svolge in una giornata in cui fanno notizia gli scontri nelle piazze tra polizia e studenti. Bologna è particolarmente coinvolta e i trasporti vanno in tilt, con corse cancellate e ritardi, che rendono difficile arrivare all’Unipol Arena per i tanti che prendono il treno. Sicuramente molti si perdono l’apertura di Alex Cameron, crooner australiano che si esibisce con band senza sezione ritmica (ma che si produce in un divertente assolo ai bonghi). Dopo di lui i Fat White Family – “tra i miei gruppi preferiti” dirà dopo sul palco Julian Casablancas – in un set piuttosto incendiario in cui il cui leader Lias Saoudi si prodiga nel scaldare la folla, lanciarsi nello stage diving, ma anche a ricordare più volte che là in fondo c’è un angolo merch in cui comprare i loro prodotti. A proposito di merch, i prezzi degli Strokes vanno dai 45 ai 75 euro, cifre adatte più per un regalo di compleanno di gruppo, piuttosto che per un acquisto personale. Va detto che questa è ormai la media per quasi tutti gli artisti “da palazzetto”; la legge della domanda-offerta farà il suo corso. 
Esosi al banchetto ma generosi sul palco: l’ora e mezza dei The Strokes avrà l’aggiunta di un gradito straordinario. Ma partiamo dall’inizio, morbidissimo, con Tyrants Of The Mellow Moon: “eccoci qua per un altro giro”, canta Casablancas in uno dei pezzi principali dell’ultimo disco, che in qualche modo conserva lo spirito di una carriera, un certo modo sardonico di sentirsi vecchi, passati, finiti, svuotati, alla frutta, che il frontman cantava già quando aveva vent’anni, trovando una particolare chiave di comunicazione con cui gli ascoltatori coetanei si identificavano. Forse è anche per questo che il loro pubblico, da sempre, non ha età. 
Ma se fai attenzione all’aria elettrica di feedback, la mazzata è in arrivo: il riff di Reptilia si abbatte inesorabile a far esplodere l’Unipol. Esiste un riff più rappresentativo degli anni zero? Durante il concerto viene da rispondere di no, e anche a freddo ne vengono pochi in mente. Si potrebbe dire quello di Heart In A Cage, canzone successiva. Questa infilata mette in cassaforte l’esito del concerto, che prosegue equilibrato tra i banger storici dei primi album e le canzoni più recenti. Scenografie ridotte all’osso, solo alcune colonnine luminose ai lati. Luci dignitose, senza eccessi stroboscopici. Niente video, se non le riprese per i maxischermi, filtrate con sfocature vintage. Semplicemente una rock band al centro della situazione, senza tante storie di contorno: alla grande così. 
Hit a parte, chi sono i The Strokes oggi? La fotografia del presente è nel momento in cui fanno Going Shopping. Fabrizio Moretti tiene regolare il tempo con un’unica variazione in mezzo. Albert Hammond Jr. arpeggi su due accordi. Nikolai Fraiture bordoni di basso davanti all’ampli con la saetta che sta per “Strokes”. Steve Schiltz alla seconda chitarra ineccepibile sostituto in tour di un Nick Valensi ai ferri corti con la band. E poi Julian Casablancas che sale sopra tutto questo, impone i suoi quattro minuti di tirata all’autotune in cui aggiunge vocalizzi e variazioni senza contenersi, mai sazio, per sfidare al limite il suo nuovo medium espressivo, e snocciolare i suoi piccoli momenti di trascurabile capitalismo consumismo. “If you’re better than me you don’t have to judge me”, canta con la sicurezza che uno meglio di lui, dopotutto, è ancora difficile trovarlo. Se una volta Casablancas lo sentivamo al centro, per questo album Reality Awaits appare sempre più davanti. Di pezzi nuovi comunque ne eseguono solo 5. 
Ma l’highlight della serata che campanilisticamente ci portiamo a casa è senz’altro lo spazio dedicato al batterista Fabrizio Moretti che, per le sue origini italiane, viene invitato da Casablancas a parlare al microfono. Intona Bella Ciao, mossa quanto mai azzeccata, visto che il pubblico vuole cantarla tutta fino alla fine, mentre gli Strokes sono invece impazienti di attaccare il pezzo successivo. Addirittura Moretti sarà il più applaudito al momento di lasciare il palco, e risponderà con un appassionato “grazie!”. 
Il momento che rende questa serata unica è il finale. Dopo aver concluso il set regolare con Last Nite, e dopo aver concluso l’encore con Ode To The Mets, la band lascia il palco e, come sanno gli informatissimi sulle scalette, la messa è teoricamente finita. Ma il pubblico pretende, le luci restano soffuse, la musica di sottofondo non si riaccende. Dopo una decina di minuti di speranza, la band ritorna sul palco per un secondo, imprevisto, acclamatissimo encore, che di solito non è programmato nelle date del tour. Il pezzo è Selfless, “life is too short, but I will live for you”, è vero amore? Casablancas lo canta avvolto nel suo pastrano nero, occhiali scuri, impenetrabile ma, ancora oggi, personaggio carismatico e seducente. 
A palco chiuso e luci riaccese, gli adesivi “One of the Strokes” al pubblico sono l’ultima coccola di una serata che si appiccica senza dubbio nella memoria collettiva. Se gli Strokes rimangono un po’ fuori dalla simbolica contesa “miglior album 2026”, tornano in corsa per le classifiche “miglior concerto 2026”.

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