Composto a partire da sessioni registrate tra il 2012 e il 2025, “The Distance Between the Killer and the Killing” nasce da improvvisazioni ricomposte insieme a una schiera di artisti che va da Otomo Yoshihide a Ryuichi Sakamoto, da Bilianna Voutchkova a Miako Klein, da Jamie Drouin a Lance Austin Olson. Quarantasei minuti di musica strumentale, diversa da qualsiasi cosa David Sylvian abbia affrontato finora, in uscita il 26 febbraio per la neonata NANOQ e considerata il vero seguito di “Manafon”, del 2009.
Fu il successo dei Japan, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, a rendere Sylvian famoso. L’immagine era luminosa, stilizzata, quasi impossibile da scollare da lui. Eppure, per ironia, la musica successiva della band aveva già cominciato a smontarla: “Ghosts”, inatteso successo del 1982, riduceva tutto all’osso attorno alla voce, con elettronica minimale, un ritmo pulsante e lunghi spazi vuoti.
Il nuovo album rappresenta il punto estremo di un metodo di lavoro maturato negli anni. Tra il 2003 e il 2014 la Samadhisound, l’etichetta da lui fondata, ha pubblicato dischi di Harold Budd, David Toop e Toshimaru Nakamura, oltre a una delle ultime registrazioni in studio di Derek Bailey. Anche gli album solisti hanno sempre chiamato in causa altri musicisti: Sakamoto e Holger Czukay erano già in “Brilliant Trees”, l’esordio del 1984. Emblematica è la vicenda di “Blemish”. Nel 2003, chiuso in studio per sei settimane, Sylvian registrò un resoconto senza filtri di un matrimonio in frantumi. Ma il disco non fu mai un lavoro solitario: Derek Bailey compare in tre brani, con la chitarra improvvisata incisa altrove e spedita a Sylvian perché la rielaborasse, mentre Christian Fennesz, contattato in corso d’opera, ricevette “A Fire in the Forest” e la restituì trasformata.
Poi le uscite si sono fatte più rade, e ciò che è rimasto latente in questi anni è difficile da misurare, almeno fino a oggi. “The Distance Between the Killer and the Killing” non suona affatto come un ritorno, ma come un ulteriore spostamento e, nel complesso, come un’anamnesi. Il materiale viene tagliato e rimaneggiato finché tempi diversi cominciano a coesistere; voci che non appartengono a nessuno in particolare attraversano strumenti, elettronica, riverbero. E Sylvian è lì, a orchestrare le distanze. È forse il paradosso più sottile del suo lavoro: meno occupa il centro della scena, più la sua traccia si fa fosforescente, presenza che le registrazioni custodiscono e restituiscono quando la fonte ormai ci sfugge.

