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PJ HARVEY

Torino |Todays Festival | 25 agosto

Era nell’ordine delle cose che l’unica data italiana di PJ HARVEY per il Todays festival avrebbe registrato il tutto esaurito. Due gli opener chiamati a scaldare il palco della carismatica musicista, il primo dei quali appannaggio di un’altra dama della canzone d’autore, la giovanissima Alice Bisi, in arte BIRTHH, già distintasi per l’eccellente album d’esordio Born In The Woods. Malie di musica ambrata che coronano la sua voce di sibilla tra fraseggi di corde pizzicate e keys avvolgenti, con una sezione ritmica governata da sensuali misure downtempo. Una rivelazione di sensoriale bellezza che anche in sede live c’è da credere abbia incantato molti cuori.

A succederle, secondo la tabella di marcia della kermesse festivaliera, è l’urgenza poetica di GIOVANNI TRUPPI. La sua prestazione ha messo in scena l’artiglio della sua vena idiosincratica e dissacrante, fatta di asperità dialettiche e fughe psicotiche – scandita dai tasti nervosamente percossi del pianoforte – che irrompono come squarci di istanze esistenziali mai finite.

Il tempo di riordinare il palco perché la figura esile di PJ Harvey colmasse il centro della scena in un tripudio di applausi scrocianti. Con lei (vestita di nero e armata di sax) e la sua portentosa band di nove elementi (fra cui calibri come John Parish, Enrico Gabrielli, Mick Harvey e James Johnston dei Gallon Drunk), serrati in fila ad officiare l’esibizione più attesa del festival tutto, arrivati sulla ribalta a tempo di marcia di una maestosa allegoria militaresca sottolineata dal rombo dei tamburi e i ruvidi clangori di sax della prima song in programma: Chain of Keys. Lei è radiosa come il miraggio di una fata notturna chiamata a mostrare l’abisso in fondo al mondo, allarga le braccia e irradia il proscenio al suono della sua magica voce screziata sulle note di The Ministry of Defence, titolo che, come il brano d’apertura, proviene dall’ultimo album The Hope Six Demolition Project, con le corde delle elettriche trattate che garriscono all’unisono con l’apparato ritmico, senza dimenticare i formidabili volteggi della sezione fiati (occupata dai sassofoni a più voci) che svettano sulle metriche angolari di una dichiarazione d’intenti che non necessita di ulteriori disamine. A seguire puntuali, secondo un piano sequenza scientemente ordito a mo’ di rigido copione teatrale, sono i tempi in levare di The Community of Hope, splendore vesperale denso di memorie post-punk che si rifugia in un coro di sogno e di speranza sospesa. Polly Jean ha già conquistato i cuori di tutti i presenti (nonostante una certa freddezza scenica) senza più mollare la presa emotiva per tutta la durata del concerto. Complice altresì il pathos delle sue ballate da brivido, fra queste la struggente Shame e la mistica visionaria della memorabile Down by the Water, teatro d’apoteosi lirica mai più replicato in siffatta sostanza di dolcezza sensuale, oltre all’impressionante blues urbano di To Bring You My Love, gli ultimi due eseguiti più oltre a scaletta avanzata. Non meno toccante l’ampia serie di arcobaleni elettrici tratti da Let England Shake e White Chalk, gli album del 2011 e del 2007, riproposti in abiti da palco secondo una successione quasi filologica e fisiologica: puro trionfo di suggestioni oniriche iniettate di poesia malata, con quella cifra visionaria cui la Harvey è stata chiamata a vergare sulle linee del pentagramma come una missione di vita sul ciglio del baratro. Nel mucchio riconosciamo poi il tiro sincopato di The Ministry of Social Affairs (il secondo dicastero chiamato in causa sul banco di The Hope Six Demolition Project) e la scheggia punk di 50ft Queenie, il pezzo cronologicamente più datato dell’esibizione intera, risalente al masterpiece del 1993 Rid Of Me, ma la cui forza tuona più che mai viva e attuale. C’è ancora tempo per intonare l’inno corale di River Anacostia prima del congedo (bis negato forse per rispettare il rigoroso timing del festival). Un momento di solennità interiore fasciato da lucori di melodie drammatiche e cerchi di ritmi metronomici che si disperdono nelle spire dell’oscurità, l’ultimo canto all’amore di nostra signora del rock.

Aldo Chimenti

ph Loris Brunello

 

 

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